Joyce Carol Oates.
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Blonde. Parte 1. LA BAMBINA 1932 1938.
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Titolo originale: Blonde.
Traduzione di: Sergio Claudio Perroni.
2000. RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Se fossi diventata carina, mio padre sarebbe venuto a prendermi e mi avrebbe portata via.
Ho sempre fatto quello che mi si chiedeva. Quello che mi si chiedeva era che restassi viva.
Di me si dir che ho avuto un'infanzia infelice, che da piccola ero disperata, ma lasciatevi dire che da piccola non sono mai stata infelice. Purch avessi mia madre non ero mai infelice; e un giorno ci sarebbe stato anche mio padre, da amare.
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Tutte le vite di Marilyn Monroe.
Adolescente solitaria e sex symbol da calendario, donna fragile e ragazza determinata, amante incostante e bambina perdutamente innamorata, foto da copertina e riflesso detestato nello specchio, attrice e problematica paziente in analisi, volto perfetto e finta bionda, sesso e disperazione, flash di macchine fotografiche e solitudine, molti amanti e poco amore, morte prematura e leggenda eterna. Il talento letterario di Joyce Carol Oates riscrive la vita di Marilyn Monroe e ne fa un romanzo di fantasia, in cui le molte vite e le mille contraddizioni di una icona contemporanea si fondono e si confondono insieme, in una foto composta da mille tasselli, un'immagine sempre vivida e attuale.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  una delle maggiori scrittrici americane viventi. Ha scritto romanzi, raccolte di racconti, poesie, saggi sulla letteratura e sulla boxe. Tra le sue opere tradotte in italiano si ricordano: Nel buio dell'America (Sellerio,1998), Perch sono uomini (Tropea, 1998), Figli randagi (E/O, 1994) e Un'educazionesentimentale (E/O, 1989). Nel corso della sua carriera ha vinto numerosi premi, tra i quali il Pen/Malamud Award, il Rosenthal Award, l'O'Henry Prize e il National BookAward.
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BLONDE.
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Blonde  un romanzo. Bench alcuni personaggi qui ritratti abbiano una corrispondenza nella vita e nell'ambiente di Marilyn Monroe, le caratterizzazioni e gli eventi sono interamente frutto della fantasia dell'autrice. Pertanto Blonde va letto unicamente come romanzo e non come biografia di Marilyn Monroe. Tutte le note nel testo sono del traduttore.
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Nel cerchio di luce che squarcia il buio della scena ci si sente completamente soli... Si chiama solitudine in pubblico... Durante una rappresentazione, davanti a un pubblico di migliaia di persone,  sempre possibile rinchiudersi in questo cerchio come una lumaca nel suo guscio... Lo si pu portare dovunque si voglia.
Konstantin Stanislavskij.
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Il lavoro dell'attore su se stesso. La scena  uno spazio sacro... dove l'attore non pu morire.
Michael Goldman. The Actor's Freedom.
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Il genio non  un dono bens un modo di cavarsela in situazioni disperate.
Jean-Paul Sartre.
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Indice di questa parte.
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PROLOGO. 3 AGOSTO 1962. Corriere espresso.
Parte 1: LA BAMBINA 1932 1938.
Il bacio.
Il bagno.
Citt di sabbia.
Zia Jess e zio Clive.
La piccola abbandonata.
I portatori di doni.
L'orfana.
La maledizione.
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Fine Indice.
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PROLOGO. 3 AGOSTO 1962. CORRIERE ESPRESSO.
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E giunse la Morte a perdifiato lungo il Boulevard nell'esangue luce color seppia.
E giunse la Morte volando come in un cartone animato in sella a una massiccia e austera bici da postino.
E giunse la Morte infallibile. La Morte inesorabile. La Morte impaziente.
La Morte che pedalava furiosamente. La Morte con dentro al solido cesto di vimini ancorato al sellino un pacco con la scritta CORRIERE ESPRESSO MANEGGIARE CON CURA.
E giunse la Morte manovrando sapientemente la bici sgraziata in mezzo al traffico all'incrocio tra Wilshire e La Brea dove, per via dei lavori in corso, due corsie della Wilshire in direzione Ovest confluivano in una.
Una Morte agilissima! Una Morte che faceva marameo agli attempati pestatori di clacson.
Una Morte che ghignava Vacci tu, amico! E tu. Sfrecciando come Bugs Bunny tra masse cromate di lussuose automobili ultimo modello.
E giunse la Morte incurante dell'opprimente e malsana caligine di Los Angeles.
Della tiepida aria radioattiva della California del sud dove la Morte era nata.
S, ho visto la Morte. L'avevo sognata la notte prima. Molte notti prima. Non avevo paura.
E giunse la Morte senza tante storie. Giunse la Morte china sul manubrio arrugginito di una tozza ma efficiente bicicletta. Giunse la Morte in maglietta Cal Tech e bermuda beige lindi ma stazzonati, scarpe da tennis e niente calze.
Una Morte dai polpacci nerboruti, dalle gambe ricoperte di peli neri. Segaligna e spigolosa. Faccia crivellata da crateri d'acne giovanile e chiazze scure.
Una Morte nervosa, frastornata dai raggi di sole riverberati come scimitarre da parabrezza e cromature.
Ulteriori strombazzamenti sull'incandescente scia della Morte. Una Morte dai capelli corti e ispidi. Una Morte che masticava gomma.
Una Morte schiava della routine, cinque giorni la settimana pi sabato e domenica a paga maggiorata. Hollywood Recapiti. Una Morte che consegnava a mano i suoi pacchi speciali.
Ecco la Morte giungere a Brentwood, inattesa! Morte sfrecciante nelle strette strade residenziali di una quasi deserta Brentwood d'agosto. Brentwood e la toccante futilit dei suoi praticelli meticolosamente accuditi, in mezzo ai quali la Morte pedalava svelta. E pratica del luogo. Alta Vista, Campo, Jacumba, Brideman, Los Olivos. Fino a Fifth Helena Drive, strada senza uscita. Palme, bouganvillee, rosse rose rampicanti. Odore di petali marci. Odore di erba arsa dal sole. Giardini recintati, glicini. Vialetti circolari. Finestre con le persiane sbarrate contro il sole.
La Morte che recava un pacco senza indicazione di mittente per INQUILINO MM. 12305 Fifth Helena Drive. Brentwood California. USA. TERRA.
Imboccata Fifth Helena, adesso la Morte pedalava piano. La Morte scrutava i numeri civici. La Morte non aveva fatto granch caso a quel pacco dall'indirizzo cos strano. Dal cos strano involucro in carta da regalo a strisce pastello e dall'aspetto riciclato. Guarnito con fiocco preconfezionato di raso bianco incollato alla scatola con del nastro adesivo trasparente.
Il pacco misurava venti centimetri per venti per venticinque. Pesava poche decine di grammi, come se fosse vuoto. Dentro c'era forse soltanto carta velina?
No. Scuotendolo si sentiva che dentro c'era qualcosa. Qualcosa di soffice, forse di stoffa.
Ecco allora, nel tardo pomeriggio del 3 agosto 1962, la Morte suonare alla porta del 12305 di Fifth Helena Drive. La Morte che col cappellino da baseball si asciugava il sudore sulla fronte. La Morte che ruminava gomma, impaziente.
Che non sentiva rumore di passi. Mica poteva lasciare quel maledetto pacco davanti alla porta, c'era da firmare la ricevuta. Solo il ronzo vibrante di una ventola di condizionatore. O forse di una radio? Villetta in stile coloniale a un solo piano, una delle tante hacienda della zona. Pareti in mattoni finto-adobe, tetto sgargiante in tegole arancioni, finestre con le persiane chiuse, un diffuso sentore di polvere grigiastra. Concentrata e striminzita come una casa per bambole, niente di eccezionale rispetto al resto di Brentwood. La Morte suon una seconda volta alla porta, pestando con forza sul pulsante. E allora la porta venne aperta.
Dalla mano della Morte accettai il dono. Forse sapevo cos'era. Chi lo mandava. Quando lessi il destinatario scoppiai a ridere e firmai senza indugio.
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LA BAMBINA. 1932 1938.
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IL BACIO.
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Questo film l'ho visto per tutta la vita, eppure mai fino in fondo.
Potrebbe quasi dire Questo film  la mia vita!
La prima volta ce l'aveva portata la madre, quando lei aveva due o tre anni.
Il suo ricordo pi antico, cos eccitante! Il Grauman's Egyptian Theatre in
Hollywood Boulevard. Era successo molto prima che fosse in grado di comprendere
anche solo i rudimenti della trama di un film, eppure era rimasta
ammaliata dal movimento, dall'incessante fluire del movimento su quello
schermo che la sovrastava. Ancora incapace di pensare Questo  l'universo sul
quale vengono proiettate innumerevoli indefinibili forme di vita. Mille volte nel
corso della sua perduta infanzia e adolescenza sarebbe tornata con nostalgia a
quel film, riconoscendolo all'istante malgrado il suo continuo mutare di titolo
e interpreti. Poich c'era sempre la Principessa Buona. E sempre il Principe
Misterioso. La combinazione degli eventi li spingeva l'uno verso l'altro per poi
separarli brutalmente e daccapo spingerli l'uno verso l'altro per poi daccapo
separarli brutalmente finch, verso la fine e in un improvviso impennarsi della
musica, eccoli sul punto di unirsi per sempre in un abbraccio appassionato.
Ma non sempre felicemente. Non si poteva mai dire. Poich certe volte uno
dei due si inginocchiava al capezzale dell'altro e con un bacio ne annunziava la
morte. Lui (o lei) poteva anche sopravvivere alla morte dell'amata (o dell'amato),
ma era comunque chiaro che la sua vita non aveva pi senso.
Perch la vita ha senso solo nelle trame dei film.
E non esistono trame fuori dal buio della sala.
Ma che frustrazione non poter mai veder la fine di quel film!
Poich c'era sempre qualcosa che andava storto: trambusto in sala, luci che
si accendevano, chiasso di allarme antincendio (ma niente incendio? o invece
l'incendio c'era? una volta era proprio sicura di aver sentito puzza di fumo) e il
pubblico che veniva gentilmente invitato a uscire, oppure era solo lei a dover
uscire, per non far tardi a un appuntamento, oppure si addormentava e si perdeva
la fine del film e si svegliava stordita al riaccendersi delle luci mentre intorno
a lei decine di sconosciuti stavano alzandosi per uscire.
Finito?  finito? Ma com' possibile che sia finito?
Eppure da donna ormai adulta continu a cercare quel film. Si infilava in
qualche cinema sconosciuto in qualche quartiere sconosciuto della citt, o di
citt a lei sconosciute. Soffriva di insonnia e quindi spesso andava allo spettacolo
di mezzanotte. Oppure al primo spettacolo, nella tarda mattinata. Non
cercava tanto di sfuggire alla propria vita (bench la vita avesse finito per sconcertarla,
come la vita adulta  solita fare con chi la vive) quanto di ricavarsi
una parentesi all'interno di quella stessa vita, fermando il tempo come un
bambino che blocchi le lancette di un orologio: con la forza. Entrando nella
sala buia (che spesso puzzava di popcorn stantio, di brillantina, di disinfettante),
eccitata come una scolaretta alzava subito lo sguardo verso lo schermo, ansiosa
di trovarvi ancora - Oh, un'altra volta! Ancora una volta! - quella bella
donna bionda che sembrava non invecchiare mai, fatta di carne come ogni altra
donna eppure leggiadra come mai nessuna donna normale avrebbe potuto
essere, con quell'irresistibile fulgore che scaturiva non solo dai suoi occhi luminosi
ma anche e soprattutto dalla sua pelle. Perch la mia pelle  la mia anima.
Non esiste anima altrimenti. In me vedi la promessa della gioia umana. Lei
che entra quasi in punta di piedi nella sala, che cerca un posto nelle file pi vicine
allo schermo, che si consegna incondizionatamente a quel film che al
tempo stesso le  noto e ignoto, come l'impreciso ricordo di un sogno ricorrente.
I costumi, le acconciature, persino i volti e le voci degli attori mutano
con gli anni, e lei riesce a ricordare, non chiaramente e comunque a frammenti,
tutte le emozioni perdute, la solitudine della sua infanzia solo parzialmente
alleviata dallo schermo incombente. Un altro mondo in cui vivere. Dove? Ci fu
un giorno, un'ora, in cui cap che il destino della Principessa Buona, cos bella
in quanto cos bella e in quanto Principessa Buona,  quello di cercare nello
sguardo altrui la conferma del proprio essere. Poich noi non siamo chi ci raccontano
che siamo, se non siamo raccontati. Non  cos?
Disagio da adulti e terrore che si addensa.
La trama del film  complicata e confusa, ma nondimeno familiare o quasi
familiare. Forse  assemblata un po' a casaccio. Forse vuole intrigare. Forse il
presente  interrotto da sbalzi nel passato. O nel futuro! I primi piani della
Principessa Buona sembrano troppo intimi. Preferiamo trovarci all'esterno degli
altri, non all'interno, risucchiati dentro di loro. Se solo potessi dire: Ecco,
quella sono io! Quella donna, quella cosa sullo schermo, ecco chi sono. Ma non le 
dato di prevedere la fine. Non ha mai visto la scena finale, mai visto i titoli di
coda scorrere via nel buio. Sa che  proprio l, dopo il bacio finale, la chiave
del mistero del film. Cos come gli organi del corpo, asportati durante l'autopsia,
sono la chiave per il mistero della vita.
Ma prima o poi accadr forse proprio stasera, quando, col fiato corto, si siede
in un malconcio e sudicio sedile nella seconda fila di un vecchio cinema in
uno squallido quartiere della citt, il pavimento convesso sotto i suoi piedi
com' convessa la Terra, e appiccicoso sotto la suola delle sue scarpe costose;
gli spettatori sono pochi e sparpagliati nella sala, perlopi persone sole, ed 
un sollievo sapere che, camuffata com' (occhiali scuri, parrucca scura, impermeabile),
l dentro nessuno pu riconoscerla cos come l fuori nella sua vita
nessuno sa che lei  l n pu immaginarsi dove sia. Stavolta lo vedr fino alla
fine. Stavolta s! Perch? Non lo sa. E in realt  attesa altrove,  in ritardo di
ore, da qualche parte dev'esserci una macchina in attesa per portarla all'aeroporto,
sempre che invece non sia in ritardo di giorni, di settimane; giacch da
adulta ha finito con lo sfidare il tempo. Poich cos' il tempo se non ci che altri
pretendono da noi? Un gioco cui possiamo rifiutarci di partecipare. E ha notato
che anche la Principessa Buona  disorientata dal tempo. Disorientata dalla
trama del film. Sei sempre l ad aspettare che gli altri ti diano l'imbeccata. E se
gli altri non ti danno nessuna imbeccata? Nel film la Principessa Buona non 
pi nel fiore della bellezza, ma nondimeno  ancora e ovviamente bella, pelle
candida e luminosa mentre scende dal taxi in una strada spazzata dal vento; 
bardata con occhiali scuri e parrucca castana e impermeabile chiuso fin sul
collo, e la macchina da presa la tallona mentre lei si infila in un cinema e acquista
un biglietto, entra nella sala gi buia e sceglie una poltrona in seconda
fila. Essendo lei la Principessa Buona, alcuni spettatori la notano, per non la
riconoscono; sar una donna qualsiasi, per quanto bella, comunque nessuno
che essi conoscano. Il film  gi iniziato. Bastano pochi secondi e, sfilati gli occhiali
da sole, ne  gi rapita. La testa  piegata all'indietro, costretta in quella
posa dall'inclinazione dello schermo che torreggia su di lei, e gli occhi sono
volti all'ins in un'espressione di soggezione infantile e lievemente apprensiva.
La luce del film si increspa sul suo viso come un riverbero d'acqua. Perduta
nell'incantesimo dello schermo ella non si accorge che il Principe Misterioso
l'ha seguita nella sala; la macchina da presa incombe su di lui che, per qualche
minuto carico di tensione, indugia tra i logori tendaggi di velluto di un corridoio
laterale. Il suo bel volto  velato dall'ombra. La sua espressione  tesa. Indossa
un completo scuro, niente cravatta, un borsalino calcato sulla fronte. A
un cenno della musica il Principe Misterioso si stacca dal fondo e avanza velocemente
per poi chinarsi su di lei, la donna sola seduta in seconda fila. Le sussurra
qualcosa, lei trasale e si volta a guardarlo. La sua sorpresa sembra genuina,
bench debba per forza aver letto la sceneggiatura: la sceneggiatura fin qui
e poco oltre.
Amore mio! Sei tu.
Non c' mai stato nessuno tranne te.
Nella luce guizzante riflessa dallo schermo gigantesco i volti degli amanti si
caricano di significato, nunzi di una perduta era di splendore. Come se, bench
mortali e limitati, costretti a recitare la scena fino in fondo. Reciteranno la
scena fino in fondo. Lui le serra la nuca in una presa risoluta, per tenerla ferma.
Per rivendicarla. Per possederla. Che dita forti, e gelide; che strano il luccichio
vitreo dei suoi occhi, mai prima d'ora li ha visti cos da vicino.
E ancora una volta ella sospira e offre al bacio del Principe Misterioso il
proprio volto perfetto.
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IL BAGNO.
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L'attore nato affiora nella prima infanzia, poich  nella prima infanzia che cominciamo a percepire il mondo come Mistero. Ogni forma di recitazione affonda le proprie radici nell'improvvisazione di fronte al Mistero.
T. Navarro
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Il paradosso dell'attore.
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1.
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Vedi? Quell'uomo  tuo padre.
Era un giorno speciale, il giorno del sesto compleanno di Norma Jeane, il
primo giorno del giugno 1932, ed era un mattino magico, d'un abbacinante
bianco mozzafiato, a Venice Beach, California. Fresco e leggero e costante il
vento dall'Oceano Pacifico, con appena un accenno del consueto sentore di
marciume salmastro e rifiuti marini. E, quasi portata da quel buon vento,
giunse la madre. Madre dal viso scarno e voluttuose labbra rosse e sopracciglia
depilate e ridisegnate, che veniva a trovare Norma Jeane l dove abitava coi
nonni, al terzo piano di un butterato relitto di palazzo sul Venice Boulevard -
Corri, Norma Jeane! E Norma Jeane corse, corse dalla madre! La sua manina
paffuta afferr la mano snella della madre, l'effetto di quel nero guanto di rete
strano per lei e portentoso. Poich le mani della nonna erano logore mani di
vecchia, cos come l'odore della nonna era odore di vecchia, mentre l'odore
della madre era cos dolce da far girare la testa, come l'odore del limone zuccherato.
Norma Jeane, amore mio - vieni. Giacch la madre era Gladys, e
Gladys era la vera madre della bambina. Quando decideva di esserlo. Quando
si sentiva abbastanza forte. Quando le esigenze dello Studio lo consentivano.
Poich la vita di Gladys era a tre dimensioni quasi quattro e non certo
piatta come un'asse da stiro come quella di tanta gente. Sicch, in barba alla
manifesta disapprovazione di Nonna Della e tirandosi dietro Norma Jeane, la
madre usc in tromba dall'appartamento che puzzava di cipolla e pomata per i
duroni e tabacco da pipa del nonno, ignorando la stridula giaculatoria snocciolata
dalla vecchia col suo buffo tono da radio gracchiante - Gladys, stavolta
con che macchina sei venuta? - Guardami in faccia, Gladys: sei fumata?
Sei sbronza? - Dimmi almeno quando hai intenzione di riportare indietro la
mia nipotina! - Maledizione, Gladys! Aspetta, scendo anch'io, dammi il
tempo di mettermi le scarpe! Gladys! - cui la madre oppose un soave Que sera,
sera, modulato con quella sua voce da soprano talmente pacata da dare ai
nervi. E madre e figlia, ridacchiando come mocciose impertinenti inseguite
dai genitori, si scapicollarono gi per la rampa di scale come gi per la china
di una montagna, trafelate e tenendosi per mano, e finalmente fuori all'aperto!
verso Venice Boulevard e la vista eccitante della macchina di Gladys parcheggiata
accanto al marciapiede, una macchina che era sempre diversa e sempre
una sorpresa; e l, in quell'abbacinante mattino del primo giugno 1932, la magica
macchina che si present agli occhi increduli di Norma Jeane era una vecchia
Nash color saponata quando le bollicine sono tutte scoppiate, coi finestrini
deturpati da ragnatele di crepe rabberciate col nastro adesivo. Macchina comunque
meravigliosa, e quant'era giovane ed eccitata Gladys! - lei che quasi
mai toccava Norma Jeane e che invece adesso la sollevava con le mani guantate
di rete nera per poi depositarla sul sedile della vecchia Nash - Ecco qua,
amore mio! - come se stesse depositandola su quello della grande ruota panoramica
sul molo di Santa Monica affinch la portasse, eccitata e atterrita, su in
alto nel cielo. E chiuse lo sportello, con forza. E si assicur che fosse ben chiuso.
(Poich c'era l'antica paura, paura della madre per la figlia, che durante tali
voli lo sportello si aprisse, come le botole nei film muti, e la figlia sparisse nel
vuoto!) E si piazz al volante come Lindbergh alla cloche dello Spirit of St.
Louis. E mise in moto, e fece rombare il motore, e ingran la marcia, e si tuff
nel traffico, incurante della povera Nonna Della che proprio in quell'istante,
grassa femmina dalla faccia rubizza e in vestaglia di cotone sbiadito e calze cascanti
e scarpe da vecchia, sbucava dal portone dello stabile, stremata e ansimante
come il Vagabondo di Charlie Chaplin in una scena comica.
Aspetta! Sciagurata d'una ragazza, aspetta! Drogata che non sei altro! Fermati
o chiamo la polizia!
Ma che aspettare d'Egitto!
Non c'era neanche il tempo di respirare!
Non badare a tua nonna, tesoro. Lei  il muto, noi siamo il sonoro.
Poich Gladys, che era la vera madre della bambina, quel giorno non aveva
nessuna intenzione di lasciarsi defraudare dell'Amore Materno. Sentendosi finalmente
meglio, e con qualche dollaro messo da parte, Gladys voleva mantener
fede al giuramento che aveva fatto alla figlia di festeggiare insieme il suo
compleanno (il sesto? di gi? oh Ges che tristezza). Pioggia o bel tempo, salute
o malattia, finch morte non ci separi. Lo giuro. Neanche una scossa della
Faglia di San Andreas avrebbe potuto far cambiare idea a una Gladys di
quell'umore. Tu sei mia. Tu mi somigli, Norma Jeane, nessuno ti porter via
da me come hanno fatto con le altre mie figlie.
Quelle parole trionfanti e terribili Norma Jeane non le ud, no che non le
ud, spazzate via dal vento della velocit.
Quel giorno, quel compleanno, sarebbe stato il primo che Norma Jeane
avrebbe ricordato chiaramente. Quella splendida giornata insieme a Gladys che
in certi momenti era sua madre, o sua madre che in certi momenti era Gladys.
Snello e sfrecciante uccello d'una donna, occhi penetranti e quello che lei stessa
definiva sorriso rapace e gomiti aguzzi pronti a piantarsi nelle costole di chi le
si avvicinasse troppo. E dalle cui narici si levavano luminose scie di fumo simili
a proboscidi, sicch non t'azzardavi a chiamarla Mamy o Mammina - quelle
mostruose smancerie che Gladys aveva proibito da tempo - e addirittura
neanche a guardarla troppo intensamente - Non star sempre l a fissarmi.
Niente primi piani a tradimento. In quei momenti l'affilata e fredda risata di
Gladys era il crepitare di uno scalpello su un blocco di ghiaccio. Norma Jeane
quel giorno di lieta novella se lo sarebbe ricordato per tutti i trentasei anni e
sessantatr giorni della sua vita, vita cui Gladys, bambola adulta ingegnosamente
svuotata allo scopo di ospitare quella bambola bambina, sarebbe sopravvissuta.
Vedevo altre occasioni di felicit? No, solo quella di stare insieme a lei. E magari
di potermi raggomitolare nel suo letto e addormentarmi accanto a lei. Le volevo
tanto bene. In effetti Norma Jeane e sua madre dovevano aver trascorso insieme
altri compleanni della bambina, quantomeno il primo, anche se l'unico ricordo
che Norma Jeane ne aveva era quello delle foto: BUON 1 COMPLEANNO
NORMA JEANE! scritto a mano su uno striscione di carta drappeggiatole addosso
come quelli dei concorsi di bellezza, e lei bimba dagli occhi smarriti, paffuto
faccino da luna piena, fossette sulle guance, riccioli biondo scuro e nastri
di raso tra i capelli; come vecchi sogni, quelle foto erano sfocate e sgualcite, verosimilmente
scattate da qualche amico di Gladys; vi si vedeva una Gladys giovanissima
e graziosissima nonostante l'aspetto febbricitante, capelli tagliati alla
maschietta, tirabaci e tumide labbra alla Clara Bowl, che reggeva in grembo
quella creaturina di un anno, quella Norma Jeane, a disagio come se reggesse
un qualche oggetto fragile e prezioso, con sgomento anzich con piacere visibile,
con algida fierezza anzich con amore; la data scarabocchiata sul verso di
quelle foto era 1 giugno 1927. Ma a sei anni Norma Jeane non aveva di quell'occasione
pi ricordi di quanti ne avesse del giorno in cui era venuta al mondo
- la gran voglia di chiedere a Gladys o alla nonna: Come si fa a venire al
mondo,  una cosa che ti metti l e la fai da solo? - nella corsia degli indigenti
del reparto di ostetricia dell'Ospedale Generale della Contea di Los Angeles dopo
ventidue ore di inferno continuato (cos Gladys definiva il travaglio) o di
quanti ne avesse degli otto mesi e undici giorni durante i quali Gladys l'aveva
ospitata nella sua tasca speciale proprio sotto il cuore. Non poteva ricordarselo!
Eppure, eccitata alla vista di quelle foto ogni volta che a Gladys girava di tirarle
fuori e sparpagliarle su qualunque copriletto di qualunque suo letto in
qualunque delle sue case d'affitto, Norma Jeane non aveva mai dubitato nemmeno
una volta di essere lei quella bimbetta cos come per tutta la vita avrei conosciuto
me stessa dalla testimonianza e dalle parole di altri. Come Ges nei Vangeli
viene visto e citato e raccontato da altri. Avrei conosciuto la mia esistenza e il valore
di quell'esistenza tramite lo sguardo altrui, quello sguardo di cui credevo di potermi
fidare come non potevo fidarmi del mio.
Ogni tanto Gladys si voltava a guardare la figlia, che non vedeva da... be',
da mesi. Dicendole, brusca: Non essere cos nervosa. E piantala di fissarmi
cos. Chi ti ha insegnato a fissare cos la gente? Io no di certo. Cos', hai paura
che andiamo a sbattere? Se continui a fissarmi cos finirai per rovinarti gli occhi
e dovrai metterti gli occhiali, e per te sarebbe la fine. Mi senti? Smettila di
startene l impalata come un serpente che deve pisciare. Non ho nessuna intenzione
di andare a sbattere, se  questo che ti terrorizza. Sembri tua nonna,
quella vecchiaccia ridicola. Sta' tranquilla, giuro che non andremo a sbattere.
Gladys le scocc un'occhiata conclusiva, gelida eppure seducente, perch era
quello lo stile di Gladys: ti respingeva, ti attirava; e poi aggiunse, con un sussurro
roco: Sai, tua madre ha una bella sorpresa per te. Una sorpresa per il
tuo compleanno.
Una s-sorpresa?
Gladys risucchi le guance, sorridendo e continuando a guardare dritto davanti
a s.
D-dove stiamo andando?
Felicit cos acuta che nella bocca di Norma Jeane si trasformava in schegge
di vetro.
Anche quando faceva caldo, Gladys indossava raffinati guanti di rete, per
proteggere la pelle delicata. Dove stiamo andando?" Ma ti senti? Come se
non fossi mai stata a casa di tua madre a Hollywood.
Norma Jeane sorrise confusa. Cercando di riflettere. C'era stata? Il tono sembrava
implicare che Norma Jeane avesse dimenticato qualcosa di essenziale, e
che quella dimenticanza fosse una specie di tradimento, una delusione. Eppure
aveva la sensazione che Gladys traslocasse di continuo. Certe volte dicendolo a
Nonna Della, certe altre no. La sua vita era complicata e misteriosa. C'erano
problemi con padroni di casa e coinquilini; c'erano problemi di soldi e problemi
di alimenti. L'inverno prima, un breve e violento terremoto in quella
parte di Hollywood dove allora abitava Gladys l'aveva lasciata senza casa per
due settimane, costretta ad andarsene da amici e a interrompere i contatti con
Nonna Della. Comunque Gladys abitava sempre a Hollywood. O tutt'al pi a
a West Hollywood. Per via del suo lavoro allo Studio. Perch Gladys era una
stipendiata dello Studio (lo Studio era la pi grande casa di produzione di
Hollywood, dunque del mondo, che vantava di avere sotto contratto pi stelle
di quante ce ne siano nel firmamento), e la sua vita non le apparteneva - Un
po' come le suore cattoliche, che sono "spose di Cristo". Gladys era stata costretta
a mettere a pensione la figlia sin dal suo dodicesimo giorno di vita, perlopi
presso la nonna, per cinque dollari la settimana pi le spese, era una vita
maledettamente dura, era estenuante, era triste, ma non era mica colpa sua se
gli orari di lavoro allo Studio erano impossibili e spesso le toccava addirittura
fare il doppio turno, il capo scoccava le dita e lei doveva correre - come
avrebbe potuto reggere la responsabilit e la fatica di occuparsi di una neonata?
Nessuno mi pu giudicare. Se non  nei miei panni. Nessuno. Soprattutto
nessuno.
Gladys lo disse con una strana veemenza. Forse alludeva alla madre, a Nonna
Della, con cui litigava continuamente.
Quando litigavano, Nonna Della le dava della testa calda - o forse della
drogata?(1). - e Gladys rispondeva che era una bugia bella e buona, una
calunnia; in vita sua la marijuana non l'aveva nemmeno vista fumare da qualcuno,
figurarsi se ne aveva fumata lei! - Idem per l'oppio. Mai fumato in vita mia!
Nonna Della dava troppo retta alle frottole che giravano sul conto della gente
del cinema. Sicuro, certe volte Gladys era sovreccitata.  come se avessi il fuoco
dentro. Stupendo. Sicuro, qualche volta era depressa, gi di corda, aveva i
blues. Come se la mia anima fosse piombo fuso, piombo colato e raffreddato.
Comunque Gladys era una bella donna, e quindi Gladys aveva un sacco di
amici. Di amici maschi. Che complicavano la sua vita emotiva. Se gli uomini
si decidessero a lasciarmi in pace, "Gladys" starebbe bene. Ma gli uomini non
lo facevano, sicch Gladys doveva periodicamente ricorrere ai farmaci. Farmaci
prescritti dal medico o forse farmaci procurati da quegli stessi amici. Ammetteva
di avere sviluppato una dipendenza dall'aspirina, non riusciva pi a farne
a meno, ne scioglieva due o tre nel caff come se fossero zollette di zucchero -
Non riesco a sentirla!
Quel giorno Norma Jeane l'aveva capito subito che Gladys era in fase euforica:
distratta, sfavillante, buffa, imprevedibile come la fiamma di una candela
guizzante nella brezza. Dalla sua pallida pelle di cera si levavano folate di calore
come dall'asfalto sotto il sole d'estate, e quegli occhi! - civettuoli e sfuggenti,
e dilatati. Quegli occhi che amavo tanto. Da non riuscire a guardarli. Gladys
guidava distrattamente, e veloce. Stare in macchina con Gladys era come stare
sull'autoscontro alla fiera, dovevi tenerti forte. Stavano puntando verso l'interno,
allontanandosi da Venice Beach e dall'oceano. Sul Boulevard in direzione
nord, verso il La Cienega Boulevard e poi nel Sunset Boulevard, che Norma
Jeane ricordava per esserci passata altre volte con la madre. La Nash malconcia
sferragliava come un catorcio, spronata dal piede di Gladys incollato all'acceleratore.
Sferragliavano sull'asfalto e sui binari del tram, per poi inchiodare all'ultimo
momento davanti ai semafori rossi, con Norma Jeane che batteva i
denti per la paura anche se si sforzava nervosamente di sorridere. Qualche volta
la frenata troppo brusca faceva slittare la macchina di Gladys fino a met incrocio,
come in una scena da film, provocando un putiferio di clacson, urla,
pugni minacciosi agitati dagli altri guidatori; tranne quando gli altri guidatori
erano maschi e soli in macchina, nel qual caso i gesti erano decisamente pi
amichevoli. Pi di una volta Gladys ud il fischio di un agente e fece finta di
nulla affondando daccapo il piede sull'acceleratore - Hai visto? Non avevo
fatto niente di male! Non bisogna lasciarsi intimidire dai prepotenti.
Nonna Della amava ripetere, con quel suo tono a met tra il piagnisteo e lo
scherzo, che Gladys aveva perduto la patente, volendo dire... cosa? L'aveva
persa come la gente perde le cose? O gliel'aveva tolta un agente, per punirla,
una volta che Norma Jeane non c'era?
Di una cosa Norma Jeane era certa: non osava chiederlo a Gladys.
A met del Sunset svoltarono in una strada laterale, e poi in un'altra, e infine
imboccarono La Mesa Street, una stretta e squallida strada di piccoli uffici,
tavole calde, locali da cocktail e caseggiati; Gladys disse che quello era il suo
nuovo quartiere, sto cominciando a scoprirlo e mi ci trovo molto bene".
Gladys spieg che lo Studio era a solo sei minuti di macchina. Aveva motivi
personali per abitare l, motivi troppo complicati da spiegare. E comunque
Norma Jeane l'avrebbe capito da s - Fa parte della sorpresa. Gladys parcheggi
davanti a un brutto edificio in stile coloniale con la facciata sfigurata
da brutti avvolgibili verde mela e da un intrico di scale antincendio arrugginite.
THE HACIENDA. STANZE E MONOLOCALI AFFITTANSI X SETTIMANA/MESE
INFORMAZIONI ALL'INTERNO. Il numero civico era 387. Norma Jeane indugi,
guardando e memorizzando ci che vedeva; era una macchina fotografica che
scattava a ripetizione; un giorno avrebbe potuto perdersi e aver bisogno di ritrovare
la strada per quel posto che non aveva mai visto prima, ma con Gladys
i momenti come quello erano sempre incalzanti, intensi e misteriosi, ti facevano
battere forte il cuore come una droga. Era come con l'anfetamina, quell'intensit.
L'avrei inseguita per tutta la vita. Uscendo come una sonnambula dall'esistenza
per tornare alla Hacienda in La Mesa Street o in Highland Avenue per ridiventare
bambina, di nuovo con lei, di nuovo stregata da lei, quando l'incubo non era ancora cominciato.
Gladys vide lo sguardo di Norma Jeane che Norma Jeane non poteva vedere,
e scoppi a ridere. Ehi, festeggiata! Guarda che nella vita capita soltanto
una volta di avere sei anni. Chi ti dice che arriverai a sette, sciocchina? Su, sbrighiamoci.
La mano di Norma Jeane era sudata, sicch Gladys la evit e piuttosto sospinse
col pugno guantato la bimba, ma lo fece con delicatezza, giocosamente,
spronandola su per gli scalini esterni dello stabile e poi dentro, in un caldo
torrido, e su per una rampa di scale di linoleum gibboso - Su, forza. A casa
c' qualcuno che ci aspetta, non vorrei che si spazientisse. Sbrigati. Si affrettarono.
Corsero. Galopparono su per le scale. Gladys con le sue eleganti scarpe
col tacco alto, improvvisamente ansiosa - o stava facendo finta di essere ansiosa?
era una delle sue scene? Madre e figlia arrivarono in cima col fiato corto.
Gladys apr la porta della sua casa, che risult essere ben poco diversa dalla
casa precedente, di cui Norma Jeane aveva un vago ricordo. C'erano tre stanzette
col soffitto sudicio e la carta da parati sudicia, finestre strette, pannelli di
linoleum piazzati alla rinfusa sul pavimento di legno, un paio di tappeti messicani,
una ghiacciaia ammaccata e puzzolente, un cucinino a due fuochi, piatti
sporchi nel lavello e neri scarafaggi grossi come semi di cocomero che sfrecciavano
qua e l al loro passaggio. Incollati alle pareti c'erano i manifesti di film
famosi cui Gladys aveva collaborato - con mansioni mai sufficientemente
chiarite - e di cui andava assai fiera: Kiki con Mary Pickford, Niente di nuovo
sul fronte occidentale con Lew Ayres, Luci della citt con Charlie Chaplin, i cui
occhi intensi Norma Jeane era capace di fissare all'infinito, convinta che Chaplin
la guardasse. I volti degli attori non mancavano mai di incantare la piccola
Norma Jeane. Casa! Quel posto me lo ricordo. Altrettanto familiari erano il caldo
asfissiante dell'appartamento, dovuto all'abitudine di Gladys di sbarrare
porte e finestre quando usciva di casa, e l'odore pungente degli avanzi di cibo,
dei mozziconi di sigaretta, dei fondi di caff, del profilino di Gladys e infine di
quel misterioso e acre lezzo chimico che Gladys non riusciva mai a lavar via
del tutto dalle sue mani pur sfregandole col sapone medicinale e sfregandole e
sfregandole fino a farle sanguinare. Eppure a Norma Jeane quegli odori piacevano
perch significavano casa. Dove abitava la Mamma.
E quel nuovo appartamento? Era pi disordinato e ingombro degli altri, e
le sembr anche pi estraneo. O forse era perch adesso Norma Jeane era pi
grande, e pi capace di vedere? Appena varcata la soglia c'era stato il solito terribile
istante di sospensione, lo stesso di quando al primo sospetto di un'impercettibile
scossa tellurica segue l'attesa di quella successiva, sapendola ben
pi decisa e inconfondibile. E Norma Jeane aveva atteso, addirittura senza azzardarsi
a respirare. Atteso davanti alla dozzina di scatoloni aperti ma ancora
pieni, con su stampigliato PROPRIET DELLO STUDIO. Davanti ai vestiti impilati
sulle sedie e a quelli che pendevano da una corda tirata da una parete all'altra
della cucina, simili a persone che affollassero la stanza, donne vestite coi
costumi - Norma Jeane sapeva cos'erano i costumi, sapeva che erano diversi
dai vestiti, anche se non avrebbe saputo spiegarne la differenza. Tra
quei costumi ce n'erano alcuni molto appariscenti e diafani fino alla trasparenza,
con gonne minuscole e scollature vertiginose. Altri erano pi sobri, con
lunghe maniche a campana. E poi mutandine e reggiseni e calze lavati e ordinatamente
stesi ad asciugare sulla corda. Gladys guardava Norma Jeane che a
sua volta fissava a bocca aperta gli abiti che praticamente le penzolavano sul
capo, e notando la sua espressione perplessa scoppi a ridere. Che c', non
approvi? O forse  Nonna Della a non approvare? Ti ha mandata qui per
spiarci Su, muoviti, entra - di l. Sbrigati.
Spinse Norma Jeane oltre la porta, nella stanza da letto. La stanza da letto
minuscola, con il soffitto e le pareti neri per l'umidit, una sola finestra, piccola
e parzialmente oscurata da un avvolgibile sghembo. Ed ecco quel letto che
Norma Jeane conosceva bene, con i cuscini di piume d'oca e la testiera di ottone
miracolosamente lustra bench sempre pi annerita, e poi un cassettone,
un comodino ingombro di boccette di pillole e riviste e libri tascabili, un posacenere
colmo di mozziconi appollaiato su una copia dell'Hollywood Tatler;
altri vestiti sparpagliati tutt'attorno, e sul pavimento ancora scatoloni
aperti e pieni; sulla parete accanto al letto c'era una grande foto di scena di
The Hollywood Revue del 1929 con Marie Dressler in diafano abito bianco.
Gladys era eccitata, aveva il respiro corto e guardava Norma Jeane che scoccava
tutt'attorno occhiate ansiose - gi, dov'era la persona annunciata come
sorpresa? Nascosta? Sotto il letto? Dentro un armadio? (Ma l di armadi non
ce nera neanche uno, c'era solo un portabiti in compensato, addossato a una
parete.) Una mosca solitaria le ronz sulla testa. Dalla finestra riusciva a vedere
soltanto il muro spoglio e sudicio dell'edificio accanto. Norma Jeane si stava
chiedendo Dove? Chi? e continu anche quando Gladys la spinse piano tra le
scapole, seccata: Norma Jeane, giuro che certe volte mi sembri non solo mezzo
cieca ma anche... be', anche mezzo scema. Possibile che tu non riesca a
vedere? Apri gli occhi, Norma Jeane. Non lo vedi? Quell'uomo  tuo padre.
Norma Jeane vide ci che Gladys indicava.
Non era un uomo. Era la fotografia di un uomo, appesa sulla parete accanto
allo specchio del cassettone.
...
.
...
2.
...
.
...
Il giorno del mio sesto compleanno vedere il suo viso per la prima volta.
E fino a quel giorno non averlo mai saputo - avevo un padre! Un padre, come gli altri bambini.
Avevo sempre pensato che la sua assenza dipendesse da me. Da qualcosa di sbagliato o di brutto in me.
Non me l'aveva mai detto nessuno? No, n mia madre n mia nonna n mio nonno. Nessuno.
Ma non l'avrei mai visto in carne e ossa. E sarei morta prima di lui.
...
.
...
3.
...
.
...
Bello eh, Norma Jeane? Tuo padre.
La voce di Gladys, spesso piatta, atona, impercettibilmente sarcastica, adesso era trepidante come quella di una bambina.
Norma Jeane fiss in silenzio l'uomo che era suo padre. L'uomo nella foto.
L'uomo sulla parete accanto allo specchio del cassettone. Padre? Era accaldata, tremava.
Eh, che te ne pare? - No! Non toccare, che hai le dita tutte appiccicose.
Con un guizzo, Gladys stacc dalla parete la foto dell'uomo. Era una vera foto, Norma Jeane lo capiva: era lucida, non come le locandine o le pagine strappate dalle riviste.
Gladys cull la foto tra le mani elegantemente guantate, pi o meno all'altezza degli occhi di Norma Jeane ma abbastanza distante perch non potesse toccarla. Come se a quel punto Norma Jeane potesse anche solo lontanamente
pensare di toccarla! - sapendo, anche da esperienze precedenti, che le cose speciali di Gladys non bisognava toccarle.
Lui... lui  m-mio padre?
Certo che lo . Non vedi che ha i tuoi stessi occhioni blu e sexy?
Ma... dove...
Shh! Guarda e sta' zitta!
Era una scena da film. A Norma Jeane pareva quasi di sentire il crescendo della musica.
Quanto a lungo guardarono, madre e figlia! Contemplando in rispettoso silenzio l'uomo-nella-cornice, l'uomo-nella-fotografia, l'uomo-che-era-il-padre-di-Norma-Jeane, quell'uomo dalla bellezza misteriosa, con le due morbide ali di capelli neri e lisci, i baffetti quasi disegnati poco sopra il labbro superiore, il taglio d'occhi leggermente a mandorla. Quell'uomo dalle labbra piene e quasi sorridenti, quell'uomo il cui sguardo rifiutava di incrociare il loro, quell'uomo dalla mascella virile e dal fiero naso adunco e dalla lieve rientranza sulla guancia sinistra, che poteva essere una fossetta, come quella di Norma Jeane. O una cicatrice.
Era pi vecchio di Gladys, ma non di molto. Sui trentacinque. Aveva l'aria dell'attore, quella spavalderia leggermente affettata. Calzava un borsalino un po' sghembo sulla testa fieramente eretta, e indossava una camicia bianca dal colletto sbuffante, come un costume cinematografico di un'epoca lontana.
Quell'uomo che a Norma Jeane sembrava sul punto di parlare, ma che non lo faceva. Aguzzavo le orecchie. Era come se fossi diventata sorda. Il cuore di Norma Jeane palpitava frenetico come le ali di un colibr. Ma Gladys non se ne accorse e non la sgrid. Era troppo presa a mangiarsi con gli occhi l'uomo-nella-fotografia. Disse, con voce febbrile ed estatica come quella
di una cantante:  Tuo padre. Il suo nome  un nome bello ed  un nome importante, ma  un nome che non posso pronunciare. Non lo sa neanche Della.
Forse Della crede di sapere - ma non lo sa, non sa niente. E non deve sapere.
Non deve sapere neanche che hai visto questa foto. Vedi, nella vita di tuo padre
e nella mia ci sono delle complicazioni che non posso spiegarti. Quando
sei nata tu, tuo padre era all'estero; ed  molto lontano anche adesso, e io sono
in pena per lui. Quell'uomo  incapace di fermarsi, deve girare il mondo,  pi
forte di lui. In un'altra epoca sarebbe stato un conquistatore. Pensa, ha addirittura
rischiato la vita per la causa della democrazia. Nel nostro cuore io e lui
siamo sposati - siamo marito e moglie. Ma odiamo le convenzioni e non ci interessa
quello che pensa la gente. "Io ti amo e amo nostra figlia, e un giorno
torner a Los Angeles e vi porter via con me" - questa  stata la promessa di
tuo padre, Norma Jeane. Ce l'ha promesso. Gladys tacque e serr le labbra.
Pur rivolgendosi a Norma Jeane, Gladys sembrava ignara della presenza della
bambina, e non staccava gli occhi dalla fotografia, da cui in quel momento
sembrava rimbalzare una lama di luce. Gladys si era seduta e aveva le labbra
gonfie come per averle morse a sangue; le sue mani guantate tremavano
visibilmente. Norma Jeane avrebbe ricordato lo sforzo terribile di concentrarsi
sulle parole della madre nonostante un improvviso rombo nelle orecchie e un
fastidioso nodo nelle viscere, come se dovesse andare in bagno - ma non osava
parlare n muoversi. Quando ci siamo conosciuti, tuo padre era sotto contratto
con lo Studio - otto anni fa, il luned dopo la Domenica delle Palme;
non lo dimenticher mai! - ed era uno dei pi promettenti giovani attori di
tutta Hollywood, per - pensa, era talmente dotato e aveva una tale presenza
scenica che Mr. Thalberg in persona lo defin un secondo Rodolfo Valentino
- per era troppo indisciplinato, era troppo irrequieto e strafottente per fare
l'attore. Vedi, Norma Jeane, nel cinema non bastano la bellezza, lo stile, la personalit:
nel cinema bisogna anche essere docili. Bisogna essere umili. Bisogna
frenare il proprio orgoglio e lavorare come cani. Per le donne  molto pi facile.
Anch'io ero sotto contratto, lo sono stata per un po'. Attrice. Poi sono passata
in un altro settore, ma volontariamente! Perch avevo capito che non avrebbe
funzionato. Tornando a tuo padre, era un vero ribelle. Per un po' ha fatto la
controfigura di Chester Morris e di Donald Reed. Poi ha mollato tutto. "Tra la
mia anima e la mia carriera scelgo l'anima," disse.
Gladys era talmente eccitata che all'improvviso cominci a tossire. E mentre
tossiva era come se il suo profumo si facesse pi intenso, mischiato a quel
leggero sentore di limone amaro che sembrava far parte della sua pelle.
Norma Jeane chiese dove fosse suo padre.
E Gladys, brusca:  Te l'ho gi detto, sciocchina.  all'estero.
L'umore di Gladys era cambiato. E anche la musica cambi bruscamente.
Era fragorosa, come le onde che si abbattevano sulla spiaggia dove Della, col
fiato corto per la pressione sanguigna e il troppo strillare, camminava insieme
a Norma Jeane sulla sabbia compatta per fare esercizio.
Non avrei mai chiesto perch. Perch nessuno me l'avesse detto fino a quel momento.
Perch me l'avesse detto in quel momento.
Gladys riappese la foto alla parete. Ma il chiodo piantato nell'intonaco non
era pi saldo come prima. La mosca solitaria continuava a ronzare, sbattendo
ripetutamente ma nondimeno speranzosamente contro il vetro della finestra.
Ecco la maledetta mosca "che ronzava quando morii", disse misteriosamente
Gladys. Succedeva spesso che Gladys dicesse cose misteriose in presenza di
Norma Jeane, ma non necessariamente dirette a Norma Jeane. Norma Jeane
era piuttosto un testimone, un osservatore privilegiato, come l'occhio dello
spettatore, quello di cui nei film i personaggi si fingono inconsapevoli - o forse
lo sono davvero. Quando il chiodo fu di nuovo ben dentro l'intonaco e
dando l'impressione di volerci restare, ci fu un certo travaglio per stabilire se la
cornice fosse dritta. In quel tipo di faccende domestiche Gladys era una perfezionista:
spesso rimproverava Norma Jeane perch non ripiegava a dovere gli
asciugamani nel bagno o non riallineava i libri sulle scansie. Quando l'uomo-
nella-foto fu nuovamente al sicuro sulla parete accanto allo specchio del
cassettone, Gladys fece un passo indietro. Sembrava pi rilassata. Tuo padre, dicevamo.
Guarda che questo  un segreto tra te e me, Norma Jeane. Ti basti sapere
che  all'estero - per ora. Ma presto torner a Los Angeles. L'ha promesso."
...
.
...
4.
...
.
...
Di me si dir che ho avuto una infanzia infelice, che da piccola ero disperata, ma
lasciatevi dire che da piccola non sono mai stata infelice. Purch avessi mia madre
non ero mai infelice; e un giorno ci sarebbe stato anche mio padre, da amare.
E c'era Nonna Della! La madre della madre di Norma Jeane.
Massiccia donna dalla pelle olivastra e dalle sopracciglia folte come cespugli
e dal furtivo balenio di baffi sul labbro superiore. Della amava piazzarsi davanti
al portone dello stabile con le braccia piegate e i pugni piantati sui fianchi,
come una brocca a due manici. I bottegai della zona ne temevano le occhiate
feroci e la lingua sferzante. Era un'ammiratrice di William S. Hart, il cowboy
famoso per la sua mira, ed era un'ammiratrice di Charlie Chaplin, il genio della
mimica, e si vantava di appartenere al buon vecchio ceppo dei pionieri,
nata nel Kansas, trasferita nel Nevada e poi nella California del sud, dove aveva
conosciuto e sposato il marito, che era il padre di Gladys e che, come dichiarava
con tono rancoroso Della, nel 1918 era stato gassato nelle Argonne
- Almeno ha portato a casa la pelle. Di questo bisogna pur essere grati al governo
degli Stati Uniti, no?
Gi, c'era Nonno Monroe, il marito di Della. Abitava con loro, e Norma
Jeane sospettava di non andargli a genio, anche se in realt era come se il nonno
non ci fosse. Quando le chiedevano del marito, la risposta di Della era una
scrollata di spalle e la frase: Almeno ha portato a casa la pelle.
Nonna Della! L nel quartiere, un vero personaggio.
Nonna Della era la fonte di tutto ci che Norma Jeane sapeva, o pensava di sapere, su Gladys.
Il fatto principale di Gladys era il mistero principale di Gladys: Gladys non
poteva essere una vera madre per Norma Jeane. Non per ora.
E perch no?
Non cercate di farmene una colpa. Nessuno di voi, diceva Gladys. Dio mi ha gi punito abbastanza.
Punito? E come?
Quando Norma Jeane osava fare domande del genere, Gladys la fissava con i
suoi begli occhi azzurro chiaro dove scintillava perennemente un velo liquido, e
diceva: Non chiedermi niente. Dopo quello che Dio mi ha fatto. Capito?
Norma Jeane sorrideva. Il suo sorriso non significava che avesse capito bens che accettava di non capire.
Comunque: sembrava che Gladys avesse avuto altre figlie - due figlie -
prima di Norma Jeane. Ma dov'erano finite quelle sorelline?
Non cercate di farmene una colpa, nessuno di voi, che Dio vi maledica
Sembrava anche che Gladys, bench molto giovanile per i suoi trentacinque anni, avesse alle spalle ben due matrimoni.
Quello che era certo, e che lei stessa confessava allegramente come se fosse
un tic o il vezzo comico di un personaggio da film, era che il suo cognome cambiava spesso.
Tra tutte le storie-da-madre-addolorata che Della amava raccontare, quella
dei cognomi di Gladys era la sua preferita. Gladys era nata a Hawthorne, contea
di Los Angeles, nel 1902, ed era stata battezzata come Gladys Pearl Monroe.
A diciassette anni aveva sposato (contro il volere di Della) un uomo di
nome Baker, e dunque era diventata Mrs. Gladys Baker, ma (ovviamente!) il
matrimonio non era durato neppure un anno, sicch Gladys aveva divorziato
e si era sposata con Mortensen, l'impiegato del gas (il padre delle due bimbe
svanite?), ma (ovviamente!) neanche quel matrimonio aveva retto, e, grazie al
cielo, Mortensen era scomparso dalla vita di Gladys. Tuttavia: il cognome di
Gladys era ancora Mortensen in alcuni documenti che Gladys non aveva cambiato
e non avrebbe cambiato in quanto terrorizzata da tutto ci che avesse a
che fare con la burocrazia e la legge. Mortensen non era il padre di Norma
Jeane, ovviamente, per Mortensen era il cognome di Gladys quando aveva messo
al mondo Norma Jeane. Eppure - e quella cosa mandava in bestia Della,
tant'era assurda - il cognome legale di Norma Jeane non era Mortensen bens Baker.
E sai perch? era la domanda retorica che a quel punto Della rivolgeva al
vicino di casa o all'amico che avesse la ventura di farle da pubblico. Perch,
tra i due, il marito che quella sciagurata di mia figlia "odiava di meno" era
Baker. E l Della proseguiva caricandosi di ulteriore e autentica rabbia. A me
il pensiero di quella povera bambina che da grande non sapr n chi  n come
si chiama non mi fa dormire la notte. Io lo so quello che bisognerebbe fare,
bisognerebbe che l'adottassi io, quella bambina, e che le dessi il mio cognome,
"Monroe", che  un cognome rispettato e immacolato.
Nessuno adotter mia figlia, strillava Gladys quando le riferivano i discorsi
di Della. Nessuno. Non finch sar abbastanza viva da impedirlo.
Viva. Norma Jeane sapeva quanto fosse importante, restare viva.
Il nome legale di Norma Jeane era quindi Norma Jeane Baker. A sette mesi
era stata battezzata dalla famosa predicatrice evangelista Aimee Semple
McPherson, nel suo Tempio Angelico della Chiesa Internazionale dei Quattro
Vangeli (comunit religiosa cui, all'epoca, apparteneva Gladys), e quello sarebbe
rimasto il suo cognome fino a quando non gliel'avrebbe cambiato un uomo,
l'uomo che l'avesse presa in sposa - cos come altri uomini avrebbero
deciso per lei il suo nome d'arte. Ho sempre fatto quello che mi si chiedeva.
Quello che mi si chiedeva era che restassi viva.
In un raro momento di intimit materna, Gladys aveva confidato a Norma
Jeane che il suo nome era un nome speciale. "Norma  in onore della grande
Norma Talmadge, mentre "Jeane"  - e chi se non lei? - la Harlow. Per la piccola
Norma Jeane quei due nomi non significavano niente, ma dal tono di venerazione
della madre aveva capito che per Gladys significavano molto. Capisci,
Norma Jeane? Tu unirai in te Norma e Jeane, l'una e l'altra.  il tuo speciale destino.
...
.
...
5.
...
.
...
Allora, Norma Jeane. Adesso sai.
Era saggezza accecante come il sole. Grave come il palmo della mano che punisce. La bocca di Gladys, quella bocca carica di rossetto e che cos raramente sorrideva, adesso sorrideva. Aveva il fiato corto, come se avesse corso.
L'hai visto in faccia. Il tuo vero padre, che non si chiama Baker. Ma non devi dirlo a nessuno, neppure a Nonna Della. Capito?
S... o s-s, mamma.
Come hai detto, Norma Jeane?
S.
Ecco, cos va meglio.
La balbuzie era ancora dentro Norma Jeane. Ma era scesa dalla lingua al suo cuoricino da colibr, l dove nessuno poteva scoprirla.
Tornate in cucina, Gladys si sfil uno degli eleganti guanti di rete nera e lo sfreg sul collo di Norma Jeane, in un gesto tra la carezza e il solletico.
Che giornata! Un alone di felicit come calda nebbia umida fluttuante sulla citt. Felicit in ogni respiro. Gladys mormor: Buon compleanno, Norma Jeane! e: Te l'avevo detto, Norma Jeane, che questo era il tuo giorno speciale.
Squill il telefono. Ma Gladys, sorridendo tra s e s, non rispose.
Le tapparelle vennero scrupolosamente abbassate. Gladys parl di vicini indiscreti.
Gladys si era sfilata il guanto sinistro ma non il destro. Come se del guanto destro se ne fosse dimenticata. Norma Jeane not sulla pelle arrossata della mano sinistra l'impronta dei minuscoli rombi della rete attillata. Gladys indossava un abito in crpe marroncino molto stretto in vita, con il collo alto e la gonna lunga che a ogni passo produceva un fruscio simile a un lungo sospiro.
Era un vestito che Norma Jeane non aveva mai visto.
Istanti carichi di significato. A ogni istante, come a ogni palpito del cuore, un segnale di pericolo.
Gladys prese dalla scansia due tazze sbreccate e le pos sul tavolo della cucina, poi in una vers del succo di pompelmo per Norma Jeane e nell'altra un po' di acqua curativa dall'odore molto intenso. Poi ci fu la sorpresa, la torta di compleanno per Norma Jeane! Pan di Spagna con sei candeline rosa e una scritta di glassa vermiglia: BUON CONPLEANNO NORMA JEAN.
La vista della torta, il suo profumo meraviglioso, fecero venire a Norma Jeane l'acquolina in bocca. Ma Gladys era furiosa. Quel bastardo drogato d'un pasticciere, gliel'avevo detto di fare le cose per bene, ma lui no, ti va a scrivere compleanno con la n, e Norma Jeane tutto attaccato!
Con qualche difficolt per via delle mani che le tremavano, ma forse era la stanza che vibrava (in California non si riesce mai a capire se sia vero o solo un'impressione), Gladys riusc ad accendere le sei candeline. Ora toccava a Norma Jeane, le toccava soffiare sulle sei fiammelle che guizzavano nervosamente. E adesso, Norma Jeane, devi esprimere un desiderio, disse concitatamente Gladys chinandosi fin quasi a toccare il faccino caldo della bimba. Il desiderio che chi-sappiamo-noi torni presto. Su, soffia! E Norma Jeane chiuse gli occhi ed espresse il desiderio e con un solo sbuffo spense tutte le candeline tranne una. Gladys spense la sesta candelina. Ecco fatto. Brava la mia bambina.
Gladys frug a lungo in un cassetto alla ricerca di qualcosa con cui tagliare la torta, e alla fine trov un coltello da macellaio - non aver paura! e la lama di quel lungo e affilato arnese luccic come il sole sulle onde a Venice Beach, luccichii da ferircisi gli occhi, eppure era impossibile non guardare, anche se
poi con quel coltello Gladys non fece niente a parte affondarlo nella torta, con
la fronte aggrottata per la concentrazione, tenendo salda con la sinistra nuda la
destra guantata mentre tagliava due grosse fette di torta, una per ciascuna; al
centro la torta era decisamente molle e zuppa, e le fette traboccavano dal bordo
dei piattini da caff sui quali Gladys le aveva deposte. Cos buona! Quella torta
era cos buona! Credetemi, in vita mia non ho mai mangiato una torta buona come
quella. Madre e figlia mangiarono tutt'e due con grande appetito; non avevano fatto colazione, ed era quasi l'ora di pranzo.
E adesso, Norma Jeane... i regali!
Il telefono torn a squillare. E Gladys, sorridendo allegramente, parve non
sentirlo. Stava spiegando a Norma Jeane di non aver avuto tempo di impacchettare
per benino i regali. Il primo era un maglioncino di cotone rosa, coi
bottoni a forma di bocciolo, probabilmente destinato a una bambina pi piccola:
era evidente che a Norma Jeane, che pure era minuta per la sua et, stava
stretto, ma Gladys sembr non accorgersene ed esclam: Vero che  bello?
Ti sta benissimo, sembri una principessa! Poi fu la volta di tre paia di calze bianche
e tre paia di mutandine (con ancora attaccata l'etichetta col prezzo e il nome
del negozio, un emporio che vendeva a prezzi di ingrosso). Era da mesi che
Gladys non provvedeva alla biancheria per Norma Jeane; ed era da settimane
che non pagava la pensione a Della, sicch Norma Jeane si disse che anche
Nonna Della sarebbe stata contenta di quei regali. Norma Jeane ringrazi la
madre, e Gladys, schioccando le dita, disse: Ma questo  ancora niente, Norma
Jeane. Vieni. Con fare solenne, Gladys riport Norma Jeane nella stanza
da letto, dove l'uomo-nella-foto si stagliava sulla parete, e, guardando con aria
di mistero la figlia, socchiuse il primo cassetto del mobile. Norma Jeane, indovina un po' cosa c' qui dentro!
Una bambola?
Norma Jeane si allung sulla punta dei piedi, eccitata, e goffamente estrasse
dal cassetto una bambola, una bambola dai capelli d'oro, una bambola dai
tondi occhi di vetro blu e con la bocca che pareva un bocciolo di rosa, e
Gladys le disse: Norma Jeane, ricordi chi ci dormiva l dentro - in quel cassetto?
No, Norma Jeane scosse il capo. Non parlo di questa stanza, n di
questa casa, parlo di quel cassetto. Di quel cassetto l. Non te lo ricordi chi ci
dormiva? Nuovamente, Norma Jeane scosse il capo. Cominciava a sentirsi a
disagio. Era lo sguardo di Gladys, che la fissava con gli occhi sgranati, come
per imitare quelli della bambola, solo che gli occhi di Gladys erano azzurri e
le sue labbra erano di un rosso intenso. Gladys scoppi a ridere e disse:  Tu!
Tu, Norma Jeane. Ecco chi ci dormiva in quel cassetto! Quando sei nata io
ero talmente povera che non potevo permettermi una culla vera, e allora quel
cassetto divent la tua culla. E tu ci stavi bene lo stesso anche se non era una
culla, vero Norma Jeane? Nella voce di Gladys c'era una sfumatura stridula.
Se ad accompagnare quella scena ci fosse stata una musica, sarebbe stata un
crepitio di note dissonanti. Norma Jeane scosse il capo, no, negli occhi un
improvviso velo di ostilit, un'espressione ostinata di non-ricordo, non-voglio-ricordare,
cos come non ricordava i pannolini n la fatica che Della e
Gladys avevano fatto per insegnarle a usare il vasino. Se avesse avuto il tempo
di esaminare il primo cassetto del cassettone e il modo in cui il cassetto si
chiudeva completamente senza neanche uno spiraglio avrebbe avuto un accesso
di nausea, quella sensazione sgradevole nella pancia di quando era in cima
a una rampa di scale o si affacciava alla finestra o correva troppo vicino alla riva
mentre i cavalloni scrosciavano a pochi passi da lei, poich come avrebbe potuto
lei, una bambina di sei anni, star dentro uno spazio cos angusto? - e
qualcuno aveva forse chiuso completamente quel cassetto, per soffocare il suo pianto? ma Norma Jeane non aveva tempo per pensare a quelle cose, perch tra
le braccia aveva il suo regalo di compleanno, la bambola, la pi bella bambola
che avesse mai visto cos da vicino, bella come La Bella Addormentata nel libro
con le figure, biondi capelli ondulati lunghi fino alle spalle, morbidi come
seta, come capelli veri, pi belli degli ondulati capelli biondo scuro di
Norma Jeane stessa e diversissimi dai capelli sintetici delle bambole normali.
La bambola indossava un minuscolo berretto da notte pieno di pizzi e una
camicia da notte tutta fiori, e la gomma della pelle era morbida, liscia, una
pelle perfetta, cos com'erano perfette, perfettamente sagomate, le sue dita! E
quei piedini, poi, con le scarpine di cotone bianco allacciate da nastrini rosa!
Norma Jeane squitt di gioia, e avrebbe abbracciato la madre per ringraziarla,
ma Gladys si irrigid, per un istante ma visibilmente, e la bambina cap che
non voleva essere toccata. Gladys accese una sigaretta e sbuff voluttuosamente
il fumo; fumava sigarette Chesterfield, la stessa marca di quelle che fumava
Nonna Della (ma Nonna Della diceva che fumare era una brutta abitudine,
roba da deboli, un vizio da cui aveva deciso di liberarsi). Gladys disse:
Questo regalo  un regalo importante, Norma Jeane. Non puoi neanche immaginare
quanto m' costato. Quindi spero che adesso vorrai assumerti la responsabilit
di questa bambola. La responsabilit di questa bambola fluttu stranamente nell'aria.
Quanto avrebbe amato quella bambola Norma Jeane! Uno dei grandi amori della sua infanzia.
Tuttavia: la disturbava il fatto che le gambe e le braccia della bambola fossero
cos molli, e ciondolassero come se fossero rotte. Appena la metteva sdraiata
da qualche parte, i piedi si afflosciavano, piegati in maniera innaturale.
Norma Jeane balbett: C-come si chiama, Mamma?
Gladys individu una boccetta di aspirine, se ne fece scivolare due o tre nel
palmo della mano e le mand gi cos, a secco. Poi, imitando la voce sprezzante
della Harlow e inarcando bizzarramente le sopracciglia depilate: Sta a te decidere, bimba.  tua.
Norma Jeane si sforz disperatamente di pensare a un nome per la bambola.
Tent e ritent; ma era come se i suoi pensieri balbettassero: non riusciva
a farsi venire in mente un nome che fosse uno. Si succhiava il pollice, preoccupata.
I nomi sono cos importanti! - se non hai un nome per una persona non
puoi pensarla, e a loro volta le persone devono avere un nome per te, altrimenti... altrimenti scompari
Norma Jeane grid: Mamma, come si c-chiama la bambola? Ti prego.
Pi divertita che seccata, o cos sembrava, Gladys grid di rimando dall'altra
stanza: Puoi sempre chiamarla Norma Jeane... Certe volte ho la sensazione
che tu abbia il cervello di una bambola, Norma Jeane. Giuro.
Con tutta quell'eccitazione, la bambina era sfinita.
Per Norma Jeane era l'ora del sonnellino.
Per: squill il telefono. Mentre il pomeriggio sfumava nella sera. E la bambina
pens, ansiosa: Come mai la mamma non risponde al telefono? E se fosse
pap? O forse sa che non  pap, ma se lo sa come fa a saperlo ?
Nelle fiabe dei fratelli Grimm che Nonna Della leggeva a Norma Jeane capitavano
cose che sembravano sogni, cose strane e terrificanti come i sogni,
ma che per non lo erano. Da quelle cose ti veniva voglia di svegliarti, solo che non ci riuscivi.
Che gran sonno aveva Norma Jeane! Si era ingozzata di torta, come un
maialino affamato, e adesso non si sentiva bene e aveva i denti che le facevano
male e forse Gladys le aveva versato nel succo di pompelmo un po' di quella
sua acqua speciale - Solo un goccio, per ridere - e perci non riusciva a tenere
gli occhi aperti, e la testa le ciondolava sulle spalle come se fosse di legno,
e Gladys aveva dovuto portarla in quella stanza da letto cos calda e opprimente
e distenderla sul letto infossato, dove Gladys non amava farla dormire, sul
copriletto di ciniglia, perci Gladys le sfil le scarpe e, sempre schizzinosa riguardo
a quel genere di cose, sistem un asciugamano sotto la testa di Norma
Jeane - Cos quando dormi non mi sbavi sul copriletto. Il copriletto di ciniglia
color zucca era una delle cose che Norma Jeane ricordava dalle precedenti
visite nelle altre case della madre, ma adesso il color zucca era parecchio
sbiadito e la stoffa era piena di bruciature di sigaretta e di misteriose chiazze e
macchie color della ruggine, o del sangue stinto.
Sulla parete accanto al cassettone ecco il padre di Norma Jeane che vegliava
su di lei. Lo guard con gli occhi socchiusi. Sussurr: Pa-p.
La prima volta! Il giorno del suo sesto compleanno.
La prima volta a pronunciare quella parola. Pa-p?
Gladys abbass del tutto la tapparella nella stanza da letto, ma era una vecchia
tapparella con le stecche fuori squadra, incapace di tener fuori il violento
sole pomeridiano. L'occhio fiammeggiante di Dio. La collera di Dio. A Nonna
Della non andavano a genio n Aimee Semple McPherson n la sua Chiesa dei
Quattro Vangeli, tuttavia credeva in quella che chiamava la Parola di Dio, la
Sacra Bibbia -  una lezione difficile, e la sua saggezza ci trova perlopi sordi,
ma e tutto quello che abbiamo. (Ma era davvero cos? Gladys aveva un sacco
di libri, per della Bibbia non ne parlava mai. L'unica cosa di cui Gladys
parlava con gli occhi colmi di passione e rispetto era Il Cinema.)
Il sole era sceso a met del cielo quando il sonno di Norma Jeane venne interrotto
dal telefono che squillava nella stanza accanto. Quel suono stridente,
quel suono beffardo, quel suono da adulto-arrabbiato, quel suono da rimprovero
di maschio. So benissimo che ci sei, Gladys, so che mi stai sentendo; non puoi
nasconderti da me. Poi finalmente Gladys alz il ricevitore e cominci a parlare,
con voce impastata, stridula, straziata. No! Non posso, te l'ho detto che stasera
non posso, te l'ho detto, oggi  il compleanno della mia bambina, voglio stare con
lei, lei e io da sole - qui una pausa e poi daccapo, per pi incalzante, guaendo
come un animale ferito - S che te l'avevo detto, ho una figlia, non mi interessa
se ti sta bene o no, io sono una persona normale, sono una madre, ho avuto dei figli,
te l'avevo detto, sono una donna normale e non so che farmene del tuo sporco
denaro, no, ti ho gi detto che stasera non posso vederti, non voglio vederti, n stasera
n domani, lasciami in pace se non vuoi pentirtene, bastardo! Se ti azzardi a
usare quella chiave per entrare qui dentro giuro che chiamo la polizia!
...
.
...
6.
...
.
...
Quando venni al mondo, il 1 giugno 1926, nella corsia degli indigenti del reparto
ostetricia dell'Ospedale Generale della Contea di Los Angeles, mia madre non c'era.
Dove fosse mia madre nessuno lo sapeva!
Stupiti e indignati la cercarono tutti, e quando la trovarono le dissero: Sua
figlia  una splendida femminuccia, Mrs. Mortensen, non vuole tenerla un po' in
braccio?  una femminuccia, e adesso ha bisogno della poppata. Ma mia madre si
volt con la faccia al muro. Dal suo seno colava latte simile a pus, ma non era per me.
Fu un'estranea, un'infermiera, a insegnare a mia madre come prendermi in
braccio e cullarmi. Come reggermi la testa con una mano e sostenere la spina dorsale con l'altra.
E se mi cade?'
Non le cadr!
 cos pesante, e calda. Perch scalcia cos?
 normale che scalci.  una bambina perfettamente sana.  proprio bella.
Guardi che occhi!
Allo Studio, dove Gladys lavorava come impiegata sin da quando aveva diciannove
anni, da una parte c'era il mondo-visto-con-gli-occhi e dall'altra il
mondo-visto-con-la-macchina-da-presa. Il primo era zero, il secondo era tutto.
Sicch col tempo mia madre impar a vedermi tramite lo specchio. Persino a
sorridermi. (Mai direttamente! Mai.) Nello specchio  come con la macchina da presa, puoi quasi amare.
Il padre della bambina, io lo adoravo. Il nome che mi disse, quel nome non esiste.
Mi diede duecentoventicinque dollari e un numero di telefono per LIBERARMENE.
Sono davvero la madre? Certe volte credo di non esserlo.
Imparammo a servirci dello specchio.
C'era la mia Amica-nello-Specchio. Appena fui grande abbastanza per vedere.
La mia Amica Magica.
Era una cosa piena di purezza. Il mio volto e il mio corpo non li sentivo
mai dall'interno (dove c'era un torpore costante, simile al sonno), solo tramite
lo specchio, dove c'era chiarezza e nitore. Solo cos riuscivo a vedere me stessa.
Gladys rise. Ehi, questa bambina non  uno schianto? Quasi quasi me la tengo.
Era una decisione giorno per giorno. Non era mai definitiva.
Nella foschia bluastra del fumo mi passavano di mano in mano. A tre settimane,
avvolta in una coperta. Ehi, bada alla testa! Attenta, mettile la mano sotto
la testa. Un'altra donna disse: Cristo, qui c' troppo fumo. Ma dov' finita Gladys?
Maschi toccavano e ridacchiavano.  una femminuccia, eh? Senti com' morbida qua sotto. Soooffice.
In un'altra, successiva occasione, uno di loro aiut mia madre a farmi il bagno. E poi lei aiut lui! Urletti e risate, mattonelle bianche. Pozze d'acqua sul
pavimento. Sali da bagno profumati. Mr. Eddy era ricco! Era proprietario di
tre locali giusti a Los Angeles, locali dove i divi del cinema andavano a mangiare
e a ballare. Mr. Eddy alla radio. Mr. Eddy burlone che lasciava banconote
da venti dollari in nascondigli da burla: in un blocco di ghiaccio nella
ghiacciaia, infilate in una tapparella, tra le pagine sgualcite della Piccola antologia
dei poeti americani, incollate con il nastro adesivo sotto il sedile del water.
La risata della Mamma era stridula e penetrante come schegge di vetro.
...
.
...
7.
...
.
...
Ma prima devi lasciarti lavare.
La parola lavare articolata lentamente, blandamente.
Gladys stava bevendo la sua acqua curativa, incapace di star ferma. Sul giradischi,
Mood Indigo. Le mani e la faccia di Norma Jeane erano tutte appiccicose
di torta di compleanno. Era quasi sera, il giorno del sesto compleanno
di Norma Jeane. Poi fu sera. Acqua che scrosciava dai due rubinetti nella vecchia
vasca chiazzata di ruggine nel minuscolo bagno.
In cima alla ghiacciaia la bella bambola bionda guardava. Occhi di vetro blu
spalancati e bocca a bocciolo sempre sul punto di sorridere. Se la scuotevi, gli
occhi le si spalancavano ancor di pi. La bocca a bocciolo non cambiava mai.
Che strana posizione quei piedi nelle loro scarpine ormai inzaccherate!
La madre insegn a Norma Jeane le parole di Mood Indigo. Canticchiando e ondeggiando.
You ain't been blue, No no no, You ain't been blue, Till you got that Mood Indigo.
Poi la madre si stuf della musica e and a cercare un libro. Una gran quantit
di libri ancora negli scatoloni. Gladys aveva preso lezioni di dizione allo Studio.
A Norma Jeane piaceva quando Gladys le leggeva qualcosa, perch la lettura
implicava un'atmosfera pi rilassata. Niente improvvisi scoppi di risa, o di
pianto, o di rabbia. La musica poteva scatenarne di terribili. Ma ecco Gladys
cercare con occhi deferenti tra le pagine della Piccola antologia dei poeti americani,
che era il suo libro preferito. Erette le esili spalle, eretto il busto, come
un'attrice, e il libro alto davanti agli occhi.
Non potendo io fermarmi per la Morte,
Fu Essa a fermarsi gentilmente per me;
Sul Carro nient'altro che Noi
E l'immortalit.
Norma Jeane ascoltava attentamente. Quando Gladys fin la poesia si volt
verso Norma Jeane e la guard con occhi accesi e scintillanti. Di cosa parla,
Norma Jeane? Norma Jeane non lo sapeva. Gladys disse: Un giorno, quando
tua madre non sar pi qui a proteggerti, allora saprai. Versando nella tazza un altro po' di quel liquido forte, e bevendo.
Norma Jeane sperava che le leggesse altre poesie, poesie con la rima, poesie
che potesse capire, ma per quella sera sembrava che Gladys avesse chiuso con
la poesia. N le avrebbe letto qualcosa dalla Macchina del tempo o dalla Guerra
dei mondi, che erano libri profetici, libri che presto diventeranno realt, come talvolta diceva con voce intensa e palpitante.
 l'ora del baaagno.
Era una scena da film. Mischiata all'acqua che scrosciava e schizzava dai rubinetti se ne poteva quasi sentire la musica.
Gladys si chin su Norma Jeane per spogliarla. Ma Norma Jeane poteva
spogliarsi da sola! Aveva sei anni. Gladys era impaziente, e con malagrazia allontan
le mani di Norma Jeane dagli abiti che stava cercando di sfilare. Per
favore. Con quelle dita tutte sporche di torta. Poi ci fu l'attesa perch la vasca
si riempisse, e fu una lunga attesa. Una vasca cos grande. Gladys si sfil l'abito
di crpe, se lo sfil dalla testa in una baraonda di sinuose ciocche di capelli.
Poi ci fu la sua pelle, pallida e lustra di sudore. Non bisognava fissare il corpo
della madre, segreto com'era: pallida pelle lentigginosa da cui trasparivano le
ossa, piccoli seni sodi come pugni che tendevano la sottoveste di pizzo. A Norma
Jeane parve di vedere scintille nei capelli elettrici di Gladys. Nei suoi occhi umidi e intensi.
Il vento tra le palme fuori dalla finestra. La voce dei morti, lo chiamava Gladys. Che vogliono entrare.
Dentro di noi," spiegava Gladys. Perch non ci sono abbastanza corpi.
Sulla Terra non c' mai abbastanza vita. E durante la Guerra - tu la Guerra
non te la puoi ricordare, perch non eri ancora nata, ma io me la ricordo, io
sono tua madre e sono venuta al mondo prima di te - durante la Guerra sono
morti tanti uomini e tante donne, e anche tanti bambini, e da allora sulla Terra
c' penuria di corpi. Proprio cos, penuria di corpi. E quelle povere anime di morti cercano un posto dove entrare.
Norma Jeane aveva paura. Entrare dove?
Seduta con le gambe a cavallo, Gladys dondolava nervosamente un piede in
attesa che la vasca si riempisse. Non era ubriaca, non era neanche alticcia. Si
era sfilata il guanto che copriva la mano destra, e adesso entrambe le sue mani
snelle erano nude e rivelavano le chiazze di pelle arrossata e screpolata; Gladys
si ostinava a negare che fosse per colpa del suo lavoro allo Studio, delle sessanta
ore la settimana passate a maneggiare quella robaccia, con le sostanze chimiche
che penetravano nella pelle anche attraverso i guanti di latex, proprio cos,
fin nei follicoli dei capelli, e nei polmoni, oh, stava morendo! L'America la stava
uccidendo! Quando cominciava a tossire non riusciva pi a smettere. Gi,
ma allora perch fumava? Be', l a Hollywood fumavano tutti, chiunque lavorasse
nel mondo dello spettacolo fumava, una sigaretta  quello che ci vuole
per calmare i nervi, gi, e comunque Gladys non fumava certo marijuana,
Gladys quella schifezza che i giornali chiamavano spinelli si rifiutava di fumarla;
perdio, Nonna Della doveva crederle quando lei le diceva che non era una
drogata, che non era una tossica, e, visto che c'era, non era neanche un'alza-sottane,
perdio, e non l'aveva mai fatto per soldi, o quasi mai.
E quel quasi era solo per via di quando l'avevano buttata fuori dallo Studio
ed era rimasta otto settimane senza lavoro. Dopo la Grande Crisi dell'ottobre 1929.
Tu lo sai cos'era la Grande Crisi?
Norma Jeane scosse la testa, sgomenta. No. Cos'era?
A quell'epoca avevi tre anni. Io ero disperata. Quello che ho fatto, Norma Jeane, l'ho fatto per risparmiarlo a te.
Sollevando Norma Jeane tra le braccia, tra le esili braccia muscolose, sollevandola
con un sospiro, poi riabbassandola, la bambina che scalciava e si dimenava,
riabbassandola nell'acqua fumante. Norma Jeane gemette, Norma
Jeane non osava gridare, l'acqua era cos calda, bollente, ustionante, e continuava
a scorrere dal rubinetto che Gladys si era scordata di chiudere, si era
scordata di chiudere tutt'e due i rubinetti, cos come si era scordata di controllare
la temperatura dell'acqua. Norma Jeane tent di sgattaiolare fuori
dalla vasca, ma Gladys la ricacci dentro. Sta ferma, seduta l. Se non fai capricci
ci sbrighiamo subito. Adesso vengo dentro anch'io. Dov' il sapone?
Sporcacciona." Gladys volt le spalle a Norma Jeane che continuava a gemere,
e si sfil velocemente il resto degli indumenti, sottoveste e reggiseno e mutandine,
gettandoli uno dopo l'altro sul pavimento con mosse gaie, da ballerina.
Nuda, infine, entr agilmente nella vecchia vasca, perse e subito riprese
l'equilibrio, immerse i fianchi snelli nell'acqua da cui si levava un intenso
profumo di sali da bagno e si sedette di fronte alla bambina frignante, aprendo
le gambe come per abbracciare, o per ospitare, quella creatura che sei anni
prima aveva messo al mondo in un parossismo di dolore e disperazione. Dove
sei? Perch mi hai abbandonato? dedicato all'uomo che amava, il cui nome
non avrebbe rivelato neppure fra i tormenti del parto. Che goffe, madre e
figlia l dentro, con l'acqua che traboccava dal bordo della vecchia vasca; Norma
Jeane, sospinta dal ginocchio della madre, affond nell'acqua fin oltre la
bocca, cominci a tossire e a sbuffare, e Gladys l'afferr veloce per i capelli,
sgridandola. Adesso piantala, Norma Jeane! Piantala e basta, Gladys smanacci
nell'acqua cercando la saponetta, la trov e se la sfreg vigorosamente
tra le mani. Strano, per lei che rabbrividiva al solo sentirsi toccare dalla figlia,
adesso esser nuda e pigiata nella vasca insieme a lei; e strana pure l'espressione
rapita ed estatica sul suo viso, fattosi rosso per il caldo. Daccapo Norma Jeane
si lagn perch l'acqua era troppo calda, ti prego l'acqua  calda, era troppo
calda, cos calda che la sua pelle nemmeno la sentiva, e Gladys disse, con tono
severo: Lo so che  calda. Dev'essere calda, c' troppo sporco. Sia fuori di noi che dentro.
Distante, in un'altra stanza, soffocato dallo scrosciare dell'acqua e dalle sgridate di Gladys, il rumore di una chiave che girava nella toppa. Non era la prima volta. Non sarebbe stata l'ultima volta.
...
.
...
CITT DI SABBIA.
...
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...
1.
...
.
...
Svegliati, Norma Jeane! Forza?
Stagione di incendi. Agosto 1934. Quella voce, la voce di Gladys, era carica di tensione e di eccitazione.
Nella notte l'odore di fumo - di cenere! - odore come quando bruciavano
spazzatura e rifiuti nell'inceneritore dietro il vecchio stabile di Della Monroe a
Venice Beach, ma l non erano a Venice Beach, l erano a Hollywood, Highland
Avenue a Hollywood, dove madre e figlia abitavano finalmente insieme,
loro due da sole come era giusto fino a quando tuo padre non verr a prenderci,
ed ecco il suono delle sirene e quell'odore come di capelli bruciati, come di
grasso bruciato nella padella, come di stoffa umida sbadatamente bruciata col
ferro da stiro. Che sciocchezza lasciare aperta la finestra della stanza da letto! -
col risultato che adesso il tanfo permeava la stanza: un tanfo da soffocarcisi, un
tanfo renoso, un tanfo che bruciava gli occhi come sabbia portata dal vento.
Un tanfo come quello della resistenza del fornello elettrico quando la teiera di
Gladys, svaporata l'acqua senza che Gladys se ne accorgesse, ci si squagliava
sopra. Un tanfo come quello della cenere delle infinite sigarette di Gladys e
come quello delle bruciature sul linoleum, o sul tappeto a fiori, o sul letto matrimoniale
con la testiera d'ottone e i cuscini di piuma d'oca finalmente condiviso
da madre e figlia, l'inconfondibile tanfo di lenzuola bruciacchiate che la
bambina riconosceva immediatamente nel sonno; una Chesterfield accesa caduta
di mano a Gladys mentre, dopo aver letto fino a tardi stravaccata sul letto,
lettrice insonne e vorace, Gladys si addormentava per poi ritrovarsi svegliata
di colpo, brutalmente e per lei misteriosamente e inspiegabilmente, da una
scintilla che sfrigolava sul cuscino, sulle lenzuola, sulla coperta, che talvolta
andavano letteralmente a fuoco e bisognava spegnerle battendole furiosamente
con un libro o una rivista o una volta perfino col calendario pubblicitario di
Our Gang precipitosamente strappato dal muro, o con le intrepide manate di
Gladys; e se le fiamme persistevano allora Gladys imprecando correva in bagno
a riempire un bicchiere d'acqua che poi scagliava sulle fiamme, inzuppando
lenzuola e materasso - Perdio! Ci mancava anche questa! In quelle scene
c'era un ritmo da comica finale, da cinema pre-sonoro. Norma Jeane, che dormiva
con Gladys, si svegliava al primo sentore di fumo e balzava gi dal letto,
tesa e inquieta come una bestiola toccata nell'istinto di sopravvivenza; e spesso
era proprio lei a correre in bagno per prendere l'acqua. Perch anche se erano
sempre situazioni di vero pericolo, aggravato dal loro puntuale accadere in piena
notte, si manifestavano ormai cos spesso da aver perduto il carattere di
emergenza e piuttosto assunto quello rituale dell'esercitazione. Ormai sapevamo
come evitare di bruciar vive nel sonno. Avevamo imparato a cavarcela.
Dico, non avevo neanche preso sonno! Con tutti questi pensieri. Nel mio
cervello  pieno giorno. Il problema  che all'improvviso mi si sono addormentate
le dita. Ultimamente mi capita spesso. L'altra sera stavo suonando il
pianoforte e all'improvviso non me le sono pi sentite. L al laboratorio non lavoro
mai senza i guanti di gomma, solo che i reagenti sono diventati pi potenti.
Pu darsi che ormai non ci sia pi niente da fare. Guarda: in pratica le
terminazioni nervose delle dita sono morte, vedi? - la mano non solo non reagisce ma neanche trema!'
Gladys tendeva la mano colpita, la destra, per mostrarla alla figlia, e in effetti
sembrava proprio cos; stranamente, infatti, dopo l'incendio delle lenzuola
e il conseguente parapiglia notturno, la mano di Gladys non tremava bens
ciondolava dal polso come se non le appartenesse, come se non dipendesse
dalla sua volont, dalla sua responsabilit, palmo leggermente rugoso aperto e
girato all'infuori, pelle screpolata e arrossata nonostante il pallore congenito,
bella mano snella ed elegante, vuota.
Nella vita di Gladys c'erano altri misteri simili a quello, troppi per elencarli.
Tenerli d'occhio richiedeva un'attenzione costante ma anche, paradossalmente,
un distacco quasi mistico - Come insegnano tutti i filosofi, da Platone a
John Dewey: non te ne vai finch non ti tocca, ma quando ti tocca, via.
Gladys schioccava le dita, sorridendo. Quello, per lei, era ottimismo.
Ecco perch sono cos fatalista. Con la logica non si pu discutere!
E perch sono cos brava nelle emergenze. O forse lo ero.
Quella dove difettavo era la vita di ogni giorno.
Ma quella notte gli incendi erano veri.
Non gli incendi in miniatura da spegnere a colpi di giornale o con bicchierate
d'acqua: quelli erano incendi che infuriavano nella California del sud
dopo cinque mesi di siccit e temperature altissime. Incendi boschivi che mettevano
in serio pericolo la vita e le propriet delle persone fin dentro i confini
di Los Angeles. La colpa era del vento di Santa Ana: partito dal Mojave Desert
e dapprima delicato come una carezza, si era fatto via via pi insistente,
pi intenso, carico di caldo, e nel giro di poche ore ecco le prime tempeste di
fuoco scoppiare nei canyon e sulle pendici delle San Gabriel Mountains e da l
dirigersi a ovest verso il Pacifico. Nel giro di ventiquattrore erano divampati
centinaia di incendi. Nella San Fernando Valley e nella Simi Valley, venti arroventati
soffiavano a velocit di quasi cento miglia all'ora. Erano stati visti muri
di fuoco alti quindici metri scavalcare la litoranea e da l sparpagliarsi come
predatori affamati. A poche miglia da Santa Monica c'erano campi di fuoco,
canyon di fuoco, palle di fuoco che parevano comete. Scintille portate dal vento
come semi maligni avevano scatenato incendi nelle aree residenziali di
Thousand Oaks, Malibu, Pacific Palisades, Topanga. Si raccontava di uccelli
che prendevano fuoco in pieno volo. Si raccontava di armenti mugghianti che
correvano come torce viventi travolgendo ogni ostacolo finch non si schiantavano
a terra. Alberi enormi, alberi vecchi di secoli, prendevano fuoco e si consumavano
nel volgere di pochi minuti. Persino i tetti irrorati d'acqua prendevano
fuoco, e gli edifici esplodevano tra le fiamme, come bombe. Nonostante
gli sforzi di migliaia tra vigili del fuoco e pompieri improvvisati, gli incendi
continuavano la loro corsa incontrollabile mentre un sulfureo fumo
bianco-grigio oscurava il cielo per centinaia di chilometri in tutte le direzioni. Guardando
quel cielo buio in pieno giorno e il sole ridotto a una falce esile ed emaciata
sembrava che ci fosse un'eclisse solare permanente. Sembrava, disse la
madre alla figlia atterrita, che quella fosse la fine del mondo promessa dall'Apocalisse:
"E gli uomini vennero arsi da un grande caldo, e bestemmiarono il
nome di Dio." Ma la verit  che  Dio ad aver bestemmiato noi.
L'abietto vento di Santa Ana impervers per venti giorni e venti notti trascinando
con s sabbia, polvere, cenere e l'odore soffocante del fumo, e quando
infine gli incendi cessarono grazie alle prime piogge, nella contea di Los Angeles
i danni ammontavano a settantamila acri di terra devastata.
Lei era una bambina piccola, e in genere si crede che le bambine piccole siano
incapaci di riflettere, e soprattutto si crede che le bambine piccole e graziose e
ricciolute siano incapaci di interrogarsi, preoccuparsi, tormentarsi-, tuttavia lei
aveva un modo tutto speciale di concentrarsi, come un adulto in miniatura,
ponendosi domande quali: Come comincia un incendio? Esiste una singola
scintilla che sia la prima scintilla, la prima singola scintilla, scaturita dal nulla?
Non da un accendino ma proprio dal nulla?. E come mai?
Per via del sole. Il fuoco viene dal sole. Il sole  fuoco. E lo stesso  Dio -
fuoco. Credi in Lui, e ti ridurrai in cenere. Allunga una mano per toccarlo, e la
tua mano si ridurr in cenere. Non ha senso credere in un "Padre Eterno" -
tanto varrebbe credere in W. C. Fields. Lui s che esiste. Io sono stata battezzata
perch mia madre era una povera illusa, ma non sono mica scema. Sono agnostica.
Se mai qualcosa riuscir a salvare il genere umano, ammesso e non concesso,
quel qualcosa sar la scienza. Sar la cura per la tubercolosi, sar la cura
per il cancro, saranno l'eugenetica per migliorare la razza e l'eutanasia per gli
incurabili. No, la mia fede non  salda. E neanche la tua lo sar, Norma Jeane.
Vedi, il problema  che questa parte di mondo non era fatta perch la abitasse
l'uomo. La California del sud. Stabilirsi qui  stato uno sbaglio. Sai tuo padre
come la chiama Los Angeles? - e la voce roca di Gladys si ammorbid come
faceva sempre quando parlava del padre di Norma Jeane, come se quell'uomo,
bench assente, in realt potesse essere presente l accanto a loro, ad ascoltarle
- La chiama "Citt di Sabbia". Los Angeles  costruita sulla sabbia ed  sabbia.
 un deserto. Meno di venti centimetri di pioggia l'anno. Sempre che invece
la pioggia non sia troppa, nel qual caso ci sono le inondazioni. L'uomo non
doveva neanche sognarsi di metter radici in un posto del genere. Ed ecco allora
che veniamo puniti. Per il nostro orgoglio e per la nostra stupidit. Terremoti,
incendi, e quest'aria che ci avvelena. Alcuni di noi sono nati qui, e alcuni
di noi moriranno qui.  un patto che abbiamo fatto con il diavolo. Gladys
tacque, senza fiato. Quando guidava, come adesso, Gladys restava spesso senza
fiato, quasi che la velocit del veicolo derivasse da uno sforzo tutto suo, eppure
fin l aveva parlato con calma, persino rilassata. Stavano percorrendo una stranamente
buia Coldwater Canyon Drive, sopra il Sunset Boulevard, ed era l'una
e mezzo dopo la mezzanotte del primo giorno di incendi, e Gladys aveva
svegliato Norma Jeane urlando e l'aveva spinta, in pigiama e scalza, fuori dal
bungalow e a bordo della Ford 1929 di Gladys, continuando a ripetere - sottovoce,
per non farsi sentire dai vicini - spicciati, spicciati, spicciati. Gladys era
in camicia da notte, la camicia da notte di pizzo nero, su cui aveva infilato uno
sdrucito kimono di seta verde regalatole anni prima da Mr. Eddy; anche lei era
scalza e con le gambe nude, e i suoi capelli scompigliati erano annodati a crocchia
con una fascia, il volto scavato reso simile a una maschera regale dal biancore
della crema protettiva che solo adesso cominciava a scurirsi per la cenere e
la polvere portate dal vento. E che vento, che torrido, secco, maligno vento
sfrecciava lungo il canyon! Norma Jeane era troppo terrorizzata per piangere.
Tutte quelle sirene! Tutti quegli uomini che gridavano! Strani gridi striduli, simili
a versi di uccelli o di chiss quali animali. (Coyote?) Norma Jeane aveva
visto la sinistra luce degli incendi riverberare sulle nuvole in cielo, quel cielo
basso sull'orizzonte dietro il Sunset Strip, il cielo sopra quelle che Gladys le
aveva indicato chiamandole le benefiche acque del Pacifico... troppo lontane
per noi; il cielo che faceva da sfondo a drappelli di palme sconvolte dal vento,
palme le cui foglie secche e disidratate venivano strappate senza posa, e adesso
era ormai da un pezzo che Norma Jeane sentiva puzza di fumo (non la semplice
puzza di bruciato dei micro-incendi nel letto di Gladys), ma non si era accorta,
cos come continuava a non accorgersi neppure adesso perch non ero
una bambina diffidente, diciamo che ero piuttosto una bambina fiduciosa, ovvero
una bambina ottimista per disperazione che sua madre stava puntando nella direzione sbagliata.
Non via dalle colline screziate di fuoco bens verso di esse.
Non via dal fumo soffocante bens verso di esso.
Eppure un indizio inequivocabile avrebbe dovuto allertare Norma Jeane;
Gladys parlava con calma. Con quel suo tono di voce tutto particolare, pacato e gradevole, assennato.
Quando Gladys era se stessa, la vera se stessa, parlava con voce piatta e atona,
una voce da cui sembrava fosse stata spremuta ogni singola traccia di piacere
ed emozione, come l'ultima goccia d'acqua da una spugna strizzata con
forza; in quei casi non guardava mai negli occhi l'interlocutore; era capace di
guardargli attraverso, come potrebbero fare le calcolatrici se avessero occhi.
Quando Gladys non era se stessa, o piuttosto sgusciava via da se stessa, cominciava
a parlare velocemente, con raffiche di parole che non riuscivano a tener
dietro al frenetico ribollire del suo cervello; oppure parlava con calma, assennatamente,
come una delle maestre di Norma Jeane quando spiegavano quello
che tutti gi sapevano.  un patto che abbiamo fatto col diavolo. Anche quelli
che al diavolo non ci credono.
Gladys si volt bruscamente verso Norma Jeane e le chiese se la stesse ascoltando.
S-s, mamma.
Il diavolo? Un patto? Come?
Sul ciglio della strada c'era qualcosa di pallido, quasi fosforescente, ma non
era una creatura umana, no, forse era una bambola, anche se vedendola il primo
atterrito pensiero era proprio che fosse una creatura umana, un neonato
abbandonato nella corsia d'emergenza, ma ovviamente non poteva trattarsi
d'altro che di una bambola. Quando le passarono accanto, Gladys parve non
accorgersene, mentre invece Norma Jeane sent una fitta di sgomento - si era
scordata la bambola! l'aveva lasciata a casa, nel letto! Con tutto quel trambusto
e quella confusione, svegliata di soprassalto dagli urli della madre e spinta di
corsa fuori e sulla macchina, Norma Jeane aveva abbandonato la bambola al
destino del rogo; la bambola ormai non pi bionda come ai primi tempi, la
morbida pelle di gomma non pi cos immacolata, il berrettino da notte tutto
pizzi scomparso e la camicia da notte a fiori ormai decisamente sudicia, cos
com'erano sudicie le scarpine che coprivano quei piedini perennemente ciondoloni,
ma Norma Jeane non aveva smesso di amarla, la sua unica bambola, la
sua bambola-senza-nome, la sua bambola del compleanno cui non si rivolgeva
con altro nome se non quello di Bambola, quando non invece con un pi
tenero tu, come ci si rivolgerebbe a se stessi nello specchio. Ecco allora Norma
Jeane gridare: Mamma, mi sono dimenticata di prendere la bambola! E se la casa va a fuoco?
Gladys fece una smorfia disgustata. Quello strazio di bambola! Magari
bruciasse! Cos la finiresti una volta per tutte con questo attaccamento morboso.
Gladys doveva concentrarsi sulla guida. La Ford 1929 verde marcio era di
seconda o forse anche di terza mano, acquistata per settantacinque dollari da
un amico di un'amica che aveva manifestato simpatia per Gladys in quanto
donna divorziata con figlia a carico; non era una macchina affidabile, specialmente
quando c'era da frenare, e per riuscire a vedere la strada attraverso quel
parabrezza solcato da una miriade di crepe bisognava sporgersi in avanti e appiattirsi
sul volante fin quasi a toccarlo con la fronte. Gladys era calma, d'una
calma premeditata, si era scolata mezzo bicchiere di una bevanda potente, una
bevanda che dava tranquillit, che dava sicurezza, non era gin, non era
whiskey, non era vodka, e comunque guidare su per il Sunset Strip e poi sulle
Hollywood Hills in una notte come quella era una bella sfida, con tutti quei
camion dei pompieri che sfrecciavano a sirene spiegate e con le luci lampeggianti,
e poi sulla Coldwater Canyon Drive c'era una gran fila di macchine incolonnate
nella carreggiata opposta alla loro, quella che scendeva verso la citt;
un'infinita teoria di fari che davano il tormento, e Gladys imprec, maledicendosi
per non aver portato con s gli occhiali da sole; e Norma Jeane, sbirciando
tra le mani che si era messa davanti agli occhi per ripararsi dalla luce dei fari,
colse un balenare di facce ansiose dietro i parabrezza delle macchine che incrociavano.
Perch stiamo andando su, perch verso le Hills, perch proprio stanotte
che ci sono gli incendi? era una domanda che la bambina si ostinava a non
formulare, anche se probabilmente ripensava a quando Nonna Della era ancora
viva e le aveva detto di stare attenta ai cambi d'umore di Gladys e le aveva
fatto promettere che se le cose si fossero messe male le avrebbe telefonato
immediatamente - E ti giuro che verr col taxi, dovesse anche costarmi cinque
dollari le aveva detto Nonna Della in tono solenne. Nonna Della non le
aveva lasciato il proprio numero di telefono bens quello del custode del bungalow,
poich Nonna Della non aveva telefono, e quel numero che Norma
Jeane aveva memorizzato appena era andata a vivere con Gladys, trionfalmente
andata a vivere con Gladys, poco pi di un anno prima, nella nuova casa di
Gladys in Highland Avenue, accanto all'Hollywood Bowl, quel numero Norma
Jeane l'avrebbe ricordato per tutta la vita - VB 3-2993 - anche se comunque
non aveva mai osato chiamarlo, e adesso, in quella notte dell'ottobre
1934, la nonna era morta ormai da molti mesi, e da molti pi mesi era morto
il nonno Monroe, e a quel numero, anche se avesse osato chiamare, non c'era pi nessuno da chiamare.
Non c'era nessuno, a nessun numero, che Norma Jeane potesse chiamare.
Mio padre! Se avessi avuto il suo numero, dovunque si trovasse, lui s che l'avrei
chiamato. Dicendogli: La mamma ha bisogno di te, vieni ad aiutarci, ti prego, ed
ero certa che l'avrebbe fatto, ne ero certissima.
Di fronte a loro, all'imbocco di Mulholland Drive, c'era una barriera antincendio.
Gladys imprec - Perdio! - e fren di colpo inchiodando la macchina
a un pelo dalla barriera. Avrebbe voluto arrivare sulle Hills, alta sopra la
citt, incurante degli incendi, incurante delle sirene, incurante del balenare
qua e l delle fiamme, del caldo Santa Ana che soffiava violento scuotendo la
macchina anche nei tratti pi riparati della Coldwater Canyon Drive. L sulle
Hollywood Hills, in quelle zone prestigiose ed esclusive, come a Beverly Hills
e a Bel Air e a Los Feliz, c'erano le ville dei divi del cinema, davanti ai cui cancelli
Gladys era solita rallentare durante le gite domenicali che faceva con Norma
Jeane quando aveva i soldi per pagarsi la benzina, mattinate felici per madre
e figlia invece di andare a messa la domenica mattina andavamo in gita a
guardare le ville dei divi del cinema ma adesso era notte fonda e l'aria era satura
di fumo e le ville non si vedevano, e probabilmente alcune di esse erano in
fiamme, ecco perch la strada era bloccata. Ed ecco perch, qualche minuto
pi tardi, quando Gladys cerc di svoltare in direzione nord verso la Laurei
Canyon Drive, dov'era stato allestito un posto di blocco con mezzi di soccorso
e barriere luminose, venne fermata da agenti in uniforme.
Che la apostrofarono sgarbatamente chiedendole dove diavolo credesse di
andare, e Gladys spieg che abitava sulla Laurei Canyon Drive, che la sua abitazione
era li e che era suo diritto poterla raggiungere senza essere importunata,
e gli agenti le chiesero dove esattamente si trovasse la sua abitazione, e
Gladys rispose: Sono affari miei, e allora gli agenti si avvicinarono e le puntarono
in faccia il fascio luminoso di una torcia elettrica; erano sospettosi,
scettici, e le chiesero chi fosse la persona in macchina con lei, e Gladys disse,
ridendo: Be', di sicuro non  Shirley Temple. Uno degli agenti si chin verso
il finestrino per parlarle, era un agente dell'Ufficio dello Sceriffo della Contea
di Los Angeles, e adesso squadrava Gladys che anche con la maschera di bellezza
ormai ridotta a un impiastro era pur sempre una donna di notevole fascino
e di notevole classe, una donna sul tipo della enigmatica Garbo, purch
non la si guardasse troppo da vicino; sul suo volto magro spiccavano le enormi
chiazze degli occhi dilatati sino al parossismo, e spiccava il bel naso affilato e
lustro di crema, e la bocca tumida e carica di rossetto (giacch prima di scappar
via nel cuore di quella notte apocalittica si era presa la briga di darsi il rossetto
perch non si sa mai chi si potrebbe incontrare); e l'agente cap che qualcosa
non andava, l davanti a lui c'era una donna non pi giovanissima e in
evidente stato di agitazione, discinta, con quel kimono di seta verde che le scivolava
dalle spalle lasciando intravedere quella che aveva tutta l'aria di essere
una camicia da notte nera piuttosto malconcia e seni piccoli e forse per giunta
cascanti, e accanto a lei una bimbetta terrorizzata dai lunghi riccioli tutti arruffati,
in pigiama e scalza, una bimbetta dal faccino paffuto e con le guance
solcate da fuligginose scie di lacrime. Sia la bimbetta sia la donna tossivano, e
la donna continuava a bofonchiare - era furiosa, era indignata, era civettuola,
era evasiva, adesso sosteneva di esser stata invitata in una villa in fondo alla
Laurei Canyon Drive: La villa di questo signore  a prova di incendio. L mia
figlia e io saremo al sicuro. Agente, il nome di questo signore non glielo posso
proprio dire, le basti sapere che  un nome molto noto. Lavora nel mondo del
cinema. Questa bambina  sua figlia. Los Angeles  una citt di sabbia, e anche
se qui nulla pu durare noi andremo lo stesso. Nella voce roca di Gladys
c'era una sfumatura bellicosa.
L'agente si disse spiacente ma doveva invitarla a tornare indietro; poche ore
prima era arrivato l'ordine di non far entrare nessuno in quell'area, da dove
anzi stavano provvedendo a evacuare gli abitanti per condurli nella parte bassa
della citt, dove anche lei e sua figlia sarebbero state pi al sicuro: Vada a
casa, signora, si tranquillizzi e torni a casa, e metta a letto la bambina.  tardi.
Gladys sbott. Lasci perdere questo tono di superiorit, agente. Non sta
a lei dirmi cosa devo fare L'agente chiese a Gladys di mostrargli patente
e libretto, e Gladys gli disse che li aveva lasciati a casa - cosa si aspettava, in piena
notte e con quell'inferno - e gli porse il lasciapassare dello Studio, che l'agente
esamin rapidamente e le restitu dicendo che Highland Avenue si trovava
in una zona sicura della citt, almeno per il momento, sicch poteva ringraziare
la sua buona stella e tornarsene subito a casa; e Gladys gli sorrise acida
e disse: La verit, agente,  che ho una gran voglia di vedere l'inferno da
vicino. In anteprima. Lo disse con la sua voce sexy modello Jean Harlow; il
cambiamento di tono fu tanto improvviso quanto sconcertante. L'agente aggrott
la fronte davanti al sorriso provocante di Gladys accompagnato dal gesto
languido con cui si era sciolta la fascia che le cingeva i capelli per poi
scuoterli sulle spalle con una specie di brivido. Un tempo fissata coi capelli,
ormai da mesi Gladys non si curava pi di spuntarli n di tingerli; sulla sua
tempia sinistra spiccava una striscia candida, frastagliata come un fulmine da
cartone animato. Imbarazzato, l'agente ripet a Gladys che doveva tornare indietro,
offrendosi, se lo desiderava, di fornirle una scorta, ma comunque doveva
tornare indietro immediatamente se non voleva costringerlo ad arrestarla.
Gladys scoppi a ridere. Arrestarmi! E per cosa, perch vado in giro con
la mia macchina? Poi, pi pacatamente, disse: Mi scusi. La prego, non mi
arresti. E, sussurrando per non farsi sentire da Norma Jeane: Magari per
potrebbe spararmi. Spazientito, l'agente sibil: Signora, se ne torni a casa.
Non so se  ubriaca o drogata o cosa, fatto sta che n io n i miei colleghi abbiamo
tempo da perdere con lei. Perci la pianti di dire cose che potrebbero
metterla seriamente nei guai e se ne torni a casa. Gladys afferr il braccio
dell'agente, di quell'agente che dietro il distintivo scintillante, dietro il cinturone
di cuoio, dietro la pistola nella fondina, dietro gli stivaloni lucidi, non
era altro che un povero disgraziato in divisa, occhi gonfi in una faccia stanca
da uomo di mezz'et; un uomo che provava pena per quella donna e per la
sua figlia bambina, per quella faccia sporca di pomata e fuliggine, per quegli
occhi sbarrati e per quell'alito che a parte la puzza di alcol sapeva di rancido,
di malato, ma comunque voleva che lei e sua figlia se ne andassero, che si
sbrigassero a togliersi dai piedi, i suoi colleghi lo stavano aspettando, cos come
lo aspettavano le lunghe ore di servizio che aveva ancora davanti. Con
garbo, l'agente si liber dalla presa di Gladys, e Gladys gli disse, in tono
scherzoso: E comunque, agente, se le capitasse di spararmi perch tento di
superare il posto di blocco, badi di non colpire mia figlia. Resterebbe orfana.
 orfana. Ma non vorrei che lo sapesse neanche se le volessi bene. Cio, neanche
se non le volessi bene. Dico, lo sappiamo tutti che venire al mondo non  una colpa.
Giusto, signora, lei ha perfettamente ragione. E adesso se ne torni a casa, OK?
Gli agenti dell'Ufficio dello Sceriffo guardarono la Ford 1929 verde marcio
di Gladys far manovra nella strada stretta, la guardarono scuotendo la testa
con aria di commiserazione, e Gladys, combattendo con volante e frizione, si
imbestial e disse che era come fare lo spogliarello davanti a degli estranei:
Con quei loro sguardi luridi e quei loro luridi pensieri da maschi.
Alla fine Gladys riusc a invertire la direzione di marcia e imbocc la Laurei
Canyon Drive in direzione sud, verso il Sunset Boulevard e la citt. Aveva la
faccia lucida di pomata e sudore, e la sua bocca rossa di rossetto fremeva di sdegno.
Accanto a lei, Norma Jeane sedeva immobile, turbata da una vergogna da
adulti. Aveva sentito, ma non proprio sentito, ci che Gladys aveva detto all'agente.
Sospettava, ma non ne era convinta, che Gladys avesse recitato - come
faceva spesso quando si trovava in quelle incandescenti condizioni in cui non
era se stessa. Ma nondimeno era un fatto, un fatto innegabile come la scena di
un film, e cui tra l'altro avevano assistito altri testimoni, che sua madre, sua
madre Gladys Mortensen, cos fiera e autonoma e cos fedele allo Studio e determinata
a essere una donna in carriera perch non voleva elemosine da nessuno,
pochi secondi prima si era attirata quegli sguardi di commiserazione e di
disprezzo per essersi comportata in quel modo sconcio. Proprio cos! Norma
Jeane si port una mano agli occhi, che bruciavano per via del fumo, che non cessavano
di lacrimare, ma non stava piangendo; era mortificata e si vergognava fino
alle lacrime, ma non stava piangendo; stava cercando di pensare. Possibile
che suo padre le avesse invitate a casa sua? Cio, in tutti quegli anni era sempre
stato a pochi chilometri da loro? In cima alla Laurei Canyon Drive? Ma allora
come mai Gladys aveva cercato di imboccare la Mulholland Drive? Voleva trarre
in inganno gli agenti, far perdere le loro tracce? (Era un'espressione che
Gladys amava molto - Far perdere le tracce.) Quando, durante le loro gite
domenicali, Gladys mostrava a Norma Jeane le ville dei divi e di altri pezzi
grossi del mondo del cinema, certe volte accennava al fatto che tuo padre potesse
abitare proprio l vicino, tuo padre potesse essere appena stato a una festa
in quella villa, ma senza mai spingersi oltre; erano accenni che andavano presi
alla leggera, cos come buona parte delle profezie e dei consigli di Nonna Della:
se non alla leggera quantomeno non letteralmente - erano allusioni, erano
strizzatine d'occhio, pensate per provocare al massimo un po' di eccitazione,
niente di pi. Sicch Norma Jeane si ritrovava a chiedersi quale fosse la verit, o
addirittura se esistesse una verit, giacch la vita non le sembrava per niente
quel gigantesco puzzle che tutti dicevano; nei puzzle i pezzi combaciavano perfettamente,
magari non subito ma nondimeno finivano per combaciare: e non
importava se poi il paesaggio del puzzle era bello o no, quello che importava era
che il paesaggio era l: potevi vederlo, potevi apprezzarlo, magari potevi addirittura
distruggerlo, comunque era l. Nella vita, invece, gi prima di compiere otto
anni Norma Jeane si era resa conto che l non c'era niente.
Eppure Norma Jeane ricordava suo padre chino sulla culla. Era una culla
bianca, piena di nastri rosa. Una volta Gladys gliene aveva indicata una uguale
nella vetrina di un negozio: Vedi quella culla? Quand'eri piccola ne avevi
una cos anche tu. Te la ricordi? Norma Jeane aveva scosso il capo, in silenzio;
no, non se la ricordava. Ma poi un giorno, a scuola, in una specie di
sogno, un sogno a occhi aperti che ovviamente aveva rischiato di farla rimproverare
per l'ennesima volta dalla maestra (in quella nuova scuola a Hollywood,
dove nessuno le voleva bene), all'improvviso si era ricordata della
culla, ma soprattutto si era ricordata del padre che si chinava sulla culla e le
sorrideva, e accanto a lui, sottobraccio a lui, Gladys. La faccia del padre era
bella e virile, ingentilita da una vena di garbata ironia, una faccia come quella
di Clark Gable, e l'attaccatura dei suoi capelli folti e neri era alta sulla fronte,
come quella dei capelli di Clark Gable. Aveva i baffi, un paio di baffi sottili
ed eleganti, e una voce profonda, baritonale, e le aveva detto Ti voglio bene,
Norma Jeane, e un giorno torner a Los Angeles e vi porter via con me. Baciandola
delicatamente sulla fronte. Mentre Gladys, madre sorridente e piena d'affetto, guardava.
Un ricordo cos vivido nella sua memoria!
Molto pi reale di ci che la circondava.
Norma Jeane non si trattenne pi:  s-sempre stato qui? Mio padre? Per
tutti questi anni? Perch non  mai venuto a trovarci? Perch adesso non siamo con lui?
Gladys parve non udire. Gladys stava perdendo la sua energia incandescente.
Sudava, e dalle sue ascelle si levava un odore pungente. E i fari della macchina
avevano qualcosa che non funzionava: le luci si erano affievolite, o forse
il vetro dei fari era troppo sporco e schermava la luce. Anche il parabrezza
era sporco, coperto da una pellicola di cenere. Il vento torrido scuoteva la
vettura, sinuose spirali di polvere vorticavano nella fioca luce dei fari. Sopra
la parte nord della citt la massa delle nubi pulsava di luce rossastra. C'era
dappertutto un acre lezzo di bruciato: di zucchero bruciato, di capelli bruciati,
di alberi, di spazzatura, di terra bruciata. Gladys era l l per esplodere.
Non ne poteva pi!
Fu allora che Norma Jeane ripet le sue domande, le ripet a voce pi alta,
un'ansiosa voce di bimba il cui tono e il timbro erano quelli ideali perch la
madre, e Norma Jeane avrebbe dovuto saperlo, esplodesse in uno dei suoi non
ne posso pi. Torn a chiedere dove fosse suo padre, se davvero per tutto quel
tempo avesse abitato cos vicino a loro, e come mai...
Sta zitta! Scattante come un serpente a sonagli la mano di Gladys si
stacc dal volante e colp Norma Jeane, un secco manrovescio sul suo faccino
febbricitante. Norma Jeane scoppi a piangere e si rannicchi in un angolo del
sedile stringendosi al petto le ginocchia.
Ai piedi della Laurei Canyon Drive c'era una deviazione, Gladys la segu e
dopo qualche isolato arriv davanti a una seconda deviazione, e quando infine
si ritrov in una strada pi larga, furente e quasi in lacrime, non riusc a riconoscerla,
non capiva se si trattasse del Sunset Boulevard, e, se s, a che altezza fosse
del Sunset Boulevard; che direzione doveva prendere per arrivare alla Highland
Avenue? Erano le due del mattino di una notte ignota. Di una notte disperata.
Accanto a lei c'era una bimba che frignava e tirava su col naso. Gladys
aveva trentaquattro anni. Nessun uomo l'avrebbe mai pi guardata con desiderio.
Aveva sacrificato la propria giovinezza allo Studio, e in cambio ecco il
premio che aveva ricevuto! Imbocc l'incrocio mentre rivoli di sudore le colavano
sul viso, guard a destra e a sinistra - Dio mio, da che parte  casa mia.
...
.
...
2.
...
.
...
C'era una volta. Sulla riva sabbiosa dell'Oceano Pacifico.
C'era un villaggio, un luogo di mistero. Dove la luce era un alone d'oro sul
pelo dell'acqua. Dove di notte il cielo era un manto nero come inchiostro e
trapunto di stelle. Dove il vento era soave come una carezza.
Dove una bimba giunse davanti a un Giardino Murato! Il muro era alto
quasi sei metri e coperto di splendida bouganvillea rosso fuoco. Dall'interno
del Giardino Murato si levava un cinguettio di uccelli, e musica, e il canto di
una fontana! E voci di persone sconosciute, e risate.
Non riuscirai mai ad arrampicarti su quel muro, non sei abbastanza forte; le
donne non sono mai abbastanza forti; le donne non sono mai abbastanza alte;
il tuo corpo  delicato e fragile, come quello di una bambola; il tuo corpo 
quello di una bambola; il tuo corpo  fatto per essere guardato e coccolato dagli
altri; il tuo corpo  fatto per essere usato dagli altri, non per essere usato da
te; il tuo corpo  un frutto succulento fatto perch gli altri lo mordano e assaporino;
il tuo corpo  per gli altri, non per te.
La bimba scoppi a piangere! Il suo cuore di bimba era spezzato.
In quel mentre le si avvicin la sua buona fata e le disse: Per entrare nel
Giardino Murato c' un'entrata segreta!
Lungo il muro c' una porticina nascosta, ma tu devi fare la brava e aspettare
che la porticina ti venga aperta. Devi aspettare pazientemente, devi aspettare
educatamente. Non devi bussare come una screanzata. Non devi gridare n
piangere. Devi conquistare il custode, che  un vecchio gnomo brutto e verde.
Devi far s che il custode ti noti. Devi far s che il custode ti ammiri. Devi far
s che il custode ti desideri. E a quel punto egli ti amer e sar ai tuoi ordini.
Sorridi! Sorridi e sii lieta! Sorridi e spogliati! Perch la tua Amica Magica nello
specchio ti aiuter. Perch la tua Amica Magica nello specchio  molto speciale.
Il vecchio gnomo brutto e verde si innamorer di te, e la porticina nascosta
lungo il muro del Giardino Murato si aprir per te, solo per te, e tu entrerai ridendo
di gioia; dentro il Giardino Murato troverai splendide rose in fiore, e
colibr e zigoli, e musica, e una fontana che canta, e i tuoi occhi si
spalancheranno per la meraviglia e tu scoprirai che in realt il vecchio gnomo brutto e
verde  un principe colpito da un incantesimo malvagio, ed egli si inginocchier
davanti a te e chieder la tua mano, e tu e lui vivrete per sempre felici e
contenti nel reame del Giardino Murato; e tu non sarai mai pi una bimba sola e infelice.
Finch resterai con il tuo Principe nel Giardino Murato.
...
.
...
3.
...
.
...
Norma Jeane! Vieni subito a casa.
L'estate prima, con Nonna Della che chiamava spesso Norma Jeane, troppo
spesso, che la chiamava dal portone del condominio. E si metteva le mani a
imbuto davanti alla bocca. E gridava, praticamente tuonava. La vecchia nonna
sembrava preoccuparsi sempre di pi per la sua nipotina, come se fosse al corrente
di una verit incombente che nessun altro sapeva.
Ma io mi nascosi. Mi comportai da bambina cattiva. L'ultima volta che Nonna mi chiam.
Era un giorno come tanti altri. Quasi. Norma Jeane stava giocando con due
amichette in riva all'oceano; ed ecco quella voce piovere gi dal cielo come un
uccello in picchiata - Norma Jeane! NORMA JEANE! Le due amichette
guardarono Norma Jeane e ridacchiarono, forse sentendosi dispiaciute per lei.
Norma Jeane fece una smorfia e continu a scavare nella sabbia. Non ci vado! Tanto non mi trova.
Della Monroe era un personaggio l nel quartiere, la conoscevano tutti. Era
una presenza costante nella Chiesa dei Cristiani Rinati, dove (parola degli altri
fedeli!) ogni volta che Nonna Della cantava, le spesse lenti dei suoi occhiali si
appannavano. E, dopo la funzione, Nonna Della spingeva Norma Jeane davanti
all'altare affinch il suo vestitino della domenica e i suoi riccioli alla Shirley
Temple suscitassero l'ammirazione del giovane e biondo pastore, e puntualmente
il pastore manifestava la propria ammirazione. Sorridendo: Dio ti ha
premiata, Della Monroe! Devi essergliene profondamente grata.
Della sorrideva e sospirava. Della non era tipo da accettare senza un commento
mordace anche il pi sincero dei complimenti. Io si che gliene sono
grata. La mamma di Norma Jeane credo proprio di no.
Nonna Della non amava viziare i bambini. Amava metterli a lavorare sin
da piccoli, come aveva lavorato lei sin da piccola e senza mai smettere. Nonna
Della lavorava anche adesso che il marito era morto, perch la pensione
era una miseria, roba da pezzenti. Non c' pace per noi peccatori! Si
dava da fare stirando a domicilio per una lavanderia di Ocean Drive e cucendo
a domicilio per una sarta del quartiere, e, quando proprio non poteva farne
a meno, badava ai bambini del vicinato: si arrangiava. Era cresciuta in mezzo ai
pionieri, era nata sulla frontiera, e non aveva niente a che vedere con le smorfiosette
svenevoli come quelle che si vedevano nei film o come quella nevrotica
di sua figlia. Altroch se Della Monroe odiava Mary Pickford, la fidanzata
d'America! Della Monroe si era battuta a lungo per il diciannovesimo emendamento,
quello che dava alle americane il diritto di voto, e aveva votato in
tutte le elezioni a cominciare da quella del 1920. Era una donna scaltra, fiera
e irascibile; bench odiasse per principio il cinema, perch era fasullo come
un nichelino falso, Della Monroe adorava James Cagney in Nemico pubblico,
che aveva visto tre volte - quel nanerottolo battagliero sempre pronto a dare
addosso ai nemici ma che, quando gli toccava, era altrettanto pronto ad accettare
il proprio fato, cio essere legato come una mummia e gettato in un
androne. E adorava anche quel delinquente del Piccolo Cesare, Edward G.
Robinson, con la sua parlata sbilenca e la bocca da ragazzina. Quelli si che
erano uomini, uomini veri, uomini che quando gli toccava sapevano accettare anche la morte.
Quando ti tocca, ti tocca. Sembrava che per Nonna Della quel concetto fosse fonte di allegria.
Certe volte, dopo che Norma Jeane aveva lavorato con lei per tutta la mattinata
pulendo l'appartamento e lavando e asciugando stoviglie, Della la portava
a fare una passeggiata speciale per dar da mangiare agli uccellini. Per Norma
Jeane quello era il momento pi bello! Lei e Nonna Della spargevano briciole
di pane sul terriccio sabbioso di un lotto abbandonato, poi si ritiravano a una
certa distanza per guardare gli uccellini che planavano in un baleno, guardinghi
e famelici, un turbinio d'ali, minuscoli becchi che dardeggiavano fulminei.
Piccioni, colombacci, rigogoli, ghiandaie chiassose. Stormi di capinere. E nella
macchia, fluttuanti tra gli arbusti e i viticci, colibr minuscoli come calabroni.
Della diceva che quegli arnesi l erano gli unici uccelli capaci di volare all'indietro
e di lato, piccole pesti quasi addomesticate ma che non ne volevano
sapere di mangiare briciole o miglio. Norma Jeane era affascinata da quegli uccellini
iridescenti dal piumaggio cremisi o verdognolo lucido come metallo al
sole, che battevano le ali cos freneticamente da trasformarle in una macchia
indistinta; era affascinata dalla loro capacit di frullare a mezz'aria mentre infilavano
quei lunghi becchi sottili come aghi dentro i fiori tubulari per succhiare
il loro nutrimento. E poi sfrecciavano via con tanta grazia! Oh, Nonna, ma dov' che vanno?
Nonna scrollava le spalle. Le era passata da un pezzo la voglia di fare la buona
nonna che spiegava alla nipotina le meraviglie del mondo. Chiss. Andranno dove vanno di solito gli uccelli.
Quando Nonna Della mor, molti commentarono la sua morte dicendo che
da quando era rimasta vedova aveva perduto il piacere di vivere. Eppure,
quando il marito era ancora vivo, Nonna Della non faceva altro che lamentarsi
di lui: perch beveva, perch aveva delle pessime abitudini, perch aveva i
polmoni guasti. Quanto a lei, pesante com'era e sempre paonazza per la pressione
alta, Della non aveva badato granch alla propria salute.
Come una vela gonfia di vento Nonna Della si aggirava per il vicinato cercando
la nipotina. Quando decideva di farla rientrare in casa non tollerava che
si fermasse a giocare neanche un secondo di pi. Diceva che voleva salvare la
bambina dalla madre - Da quella sciagurata che ha spezzato il cuore della propria madre.
Quel pomeriggio d'agosto, dappertutto sole accecante e rovente, e fuori dal
condominio nessuno tranne un gruppetto di bambini. Nonna Della ebbe un
improvviso presentimento, stava per succedere qualcosa, qualcosa di brutto,
sicch scapp fuori nel caldo torrido e cominci a chiamare: Norma Jeane!
Norma Jeane! in quel suo modo che faceva venire in mente i colpi di mannaia
del macellaio, in tre tempi, un-due-tre, un-due-tre, chiamando dal marciapiede
davanti al portone, chiamando dal vicolo che costeggiava l'edificio,
chiamando dal lotto abbandonato, mentre Norma Jeane e le sue amichette
scappavano via ridendo e si nascondevano e non mi andava di rispondere, non
volevo farmi trovare! Per Norma Jeane era molto affezionata a sua nonna, l'unica
persona al mondo che le volesse davvero bene, l'unica persona al mondo
che le volesse bene senza farle del male, solo per proteggerla. Per quando
i bambini del vicinato si riferivano a Della Monroe chiamandola Quella vecchia
cicciona che sembra un elefante Norma Jeane si vergognava di lei.
Sicch Norma Jeane si nascose. Poi, dopo un po', non sentendosi pi chiamare
da Nonna Della, decise che in fondo le conveniva rincasare; risal di corsa
dalla spiaggia, col sangue che le pulsava nelle orecchie, sudicia e scarmigliata,
e una vecchia che aveva la stessa et della nonna le grid Ehi, tu, signorinella,
guarda che tua nonna  mezzora che ti chiama! Norma Jeane entr di corsa
nello stabile e fece di corsa le scale sino al terzo piano, come aveva fatto tante
altre volte, eppure sapeva che quella volta era diversa dalle altre, perch c'era
una gran calma, un silenzio, quell'immobilit che nei film annuncia una sorpresa,
quasi sempre di quelle che ti fanno strillare, cui  impossibile prepararsi.
Oh, guarda! - la porta dell'appartamento della Nonna era aperta. Brutto segno.
Norma Jeane sapeva che era un brutto segno. E, dentro, Norma Jeane sapeva cos'avrebbe trovato.
Perch era successo altre volte che la Nonna cadesse, quando ero in casa. Perdeva
l'equilibrio, tutt'a un tratto le cedevano le gambe. La trovavo sul pavimento della
cucina, stordita, che gemeva e ansimava e non sapeva cosa fosse successo, e allora io
la aiutavo ad alzarsi in piedi, a mettersi seduta sulla sedia, e le portavo le pillole e
un tovagliolo avvolto intorno a una manciata di ghiaccio tritato, per tenerselo sul
viso che era rosso e caldissimo, faceva paura, ma dopo un po' la nonna si metteva a ridere e io capivo che stava bene.
Solo che quella volta non and cos. Non con la Nonna riversa sul pavimento
del bagno, ammasso di carne sudata stipato tra vasca e cesso, poche ore
prima strofinati fino a farli splendere, l'odore del detergente come un rimprovero
all'umana debolezza, eccola l, Nonna Della, riversa su un fianco come
un pesce tirato a secco, faccia enorme e chiazzata di rosso, occhi socchiusi e
opachi e respiro ridotto a un sibilo. Nonna! Nonna!" Era una scena da film, eppure era reale.
Nonna Della che cercava alla cieca la mano di Norma Jeane come per farsi
sollevare. Dalla sua bocca usciva un suono gutturale, solo quel suono, niente
rabbia, niente rimproveri. Brutto segno! Norma Jeane lo sapeva. Si inginocchi
accanto alla Nonna, sent l'odore di carne malata e spacciata, di sudore e
gas intestinali e budella, cap subito di che si trattava, cap subito che era l'odore
della morte, e scoppi a piangere. Nonna, non morire! grid, mentre la
donna morente serrava la mano di Norma Jeane in uno spasmo che le faceva
scrocchiare le giunture, riuscendo a dire, ciascuna parola scolpita e percussiva
come un chiodo piantato con una forza tremenda: Dio ti benedica bambina mia, ti voglio bene.
...
.
...
4.
...
.
...
 stata colpa mia! La Nonna  morta per colpa mia.
Non essere ridicola. Non  stata colpa di nessuno.
Quando m'ha chiamata mi sono nascosta! Sono stata cattiva.
Ascolta, Norma Jeane:  stata colpa di Dio. E adesso rimettiti a dormire.
Mamma, secondo te ci sta sentendo? Nonna Della ci sente?
Ges, spero proprio di no!
Quello che  successo alla Nonna  colpa mia. Oh Mammina.
Non chiamarmi Mammina, smorfiosa che non sei altro! Nonna Della  morta
perch era arrivato il suo turno, tutto qua.
E si serviva dei gomiti aguzzi per tener lontana la bambina. E si tratteneva
dal prenderla a schiaffi perch non voleva farsi male alle mani, screpolate e arrossate com'erano.
(Le mani di Gladys! Aveva il terrore che il cancro delle sostanze chimiche
le si fosse infiltrato fin dentro alle ossa.)
E non toccarmi, maledizione. Lo sai che non lo sopporto.
Un brutto periodo per i nati sotto il segno dei Gemelli. I gemelli tragici.
Quando arriv la telefonata per Gladys Mortensen nel laboratorio dei
negativi, si dovette accompagnarla a braccia al telefono, tanto era spaventata. Il suo
capo, Mr. X - che un tempo era stato innamorato di lei; s, che l'aveva implorata
di sposarlo, che avrebbe piantato moglie e figli per lei, nel '29, quando lei
era la sua assistente, prima che venisse retrocessa per malattia non per colpa sua
- le porse la cornetta in silenzio. Il cavo di gomma era avviticchiato come un
serpente. Quell'affare era vivo ma Gladys rifiut stoicamente di ammetterlo. I
suoi occhi lacrimavano per via delle virulente sostanze chimiche con cui lavorava
(in un reparto dove avrebbe dovuto lavorare qualche impiegato di grado
inferiore al suo, ma Gladys non voleva dare a Mr. X la soddisfazione di lamentarsi),
e nelle sue orecchie ci fu uno strepito confuso, come di voci da film che
sussurrassero Adesso, adesso, adesso, adesso! - e anche questo, stoicamente,
Gladys lo ignor. Dall'et di ventisei anni, cio da quando le era nata l'ultima
figlia, era diventata un'esperta nell'ignorare, nel filtrare le numerose voci petulanti
che le invadevano la testa e che sapeva non essere reali; ma certe volte era
troppo stanca, e qualche voce sfuggiva al suo controllo e, all'improvviso, come
quelle stazioni che di colpo si intromettono nella sintonia della radio, attaccava
a schiamazzare. Se qualcuno gliel'avesse chiesto, Gladys avrebbe detto di temere
che quella comunicazione urgente potesse riguardare sua figlia Norma
Jeane. (Le altre due figlie, che vivevano nel Kentucky con il padre, erano
scomparse dalla sua vita. Il padre le aveva portate via, chiuso. Le aveva detto
che era una squilibrata, e forse aveva ragione.)  successo qualcosa a Sua figlia.
Mi spiace. C' stato un incidente. E invece la comunicazione riguardava la madre
di Gladys! Della! Della Monroe!  successo qualcosa a Sua madre. Mi spiace.
Pu venire subito qui?
Gladys lasci cadere il ricevitore, che ciondol all'estremit del cavo avviticchiato.
Mr. X dovette scuoterla per evitare che svenisse.
Dio santo, si era completamente dimenticata di Della. Di sua madre, di colei
che l'aveva messa al mondo, di Della Monroe. Avendola esclusa dai propri
pensieri l'aveva esposta al male. Della Monroe, nata sotto il segno del Toro. (Il
padre di Gladys era morto durante l'inverno. In quel periodo Gladys era in
preda a uno dei suoi violenti attacchi di emicrania e non era andata al funerale,
e neppure a consolare la madre a Venice Beach. In pratica si era spinta a dimenticare
il padre, con la scusa che Della lo avrebbe pianto per tutt'e due. E
se Della avesse avuto da ridire sulla sua assenza tanto meglio, le sarebbe servito
per distrarsi dal pensiero di esser rimasta vedova. La verit  che quel poveraccio
di mio padre  morto nelle Argonne. Gassato nelle Argonne, diceva sempre
Gladys ai suoi amici. In pratica non l'ho mai conosciuto.) Negli ultimi
anni Gladys non era riuscita a voler bene a Della: l'affetto richiede troppa
energia, l'affetto logora; e comunque Gladys era convinta che Della, proprio
in quanto Della, le sarebbe sopravvissuta. Della sarebbe sopravvissuta anche a
Norma Jeane, la piccola orfana affidata alle sue cure. Gladys aveva negato a
Della il proprio affetto perch temeva la sua brutale saggezza di donna anziana.
Occhio per occhio, dente per dente. Una madre che abbandona la carne della
sua carne non pu illudersi di farla franca. E anche ammesso che non gliel'avesse
negato, si era trattato comunque di un affetto insufficiente a proteggere sua madre dal male.
Perch proprio questo significano l'affetto e l'amore. Proteggere dal male.
Il male colpisce soltanto in assenza di amore.
La piccola Norma Jeane, che si sentiva in colpa, che aveva trovato la nonna
agonizzante sul pavimento, non era stata scalfita dal male.
Era come se la nonna fosse stata colpita da un fulmine, aveva detto Norma Jeane.
Ma il fulmine non aveva colpito Norma Jeane; e Gladys decise che doveva esserne contenta.
Contenta perch lo reputava un segno, cos com'era un segno il fatto che lei
e sua figlia Norma Jeane, tutt'e due nate nel mese di giugno, fossero Gemelli,
mentre Della, l'intrattabile Della, era Toro, cio il segno pi distante da quello
dei Gemelli. Gli opposti si attraggono, gli opposti si respingono.
Le altre sue figlie erano nate sotto segni molto diversi. Per Gladys era un
sollievo pensare che, a mille miglia da l, nel Kentucky, quelle due bambine
fossero ormai fuori dall'influsso del pianeta della loro madre degenere; adesso
appartenevano totalmente al padre. Erano salve!
Ovviamente Gladys port Norma Jeane a casa con s. Non aveva nessuna
intenzione di dare la carne della propria carne in adozione o all'Orfanotrofio
della Contea di Los Angeles - destino che secondo Della e le sue torve recriminazioni
sarebbe toccato alla piccola Norma Jeane se non fosse stato per lei.
Gladys quasi rimpiangeva di non credere nel paradiso dei cristiani, giacch da
lass Della avrebbe potuto affacciarsi e, vedendo che adesso Gladys e Norma
Jeane vivevano insieme l in Highland Avenue, rodersi il fegato perch la sua
profezia non si era avverata. Vedi? Non sono una madre degenere. Ho avuto problemi
di salute. Sono stata male. Gli uomini hanno approfittato di me. Ma adesso sto bene. Sono forte!
Tuttavia, la prima settimana con Norma Jeane fu un incubo. Lo spazio era
talmente poco, in quelle tre stanzette che puzzavano di muffa! Troppo poco
per riuscire a dormire nello stesso letto infossato. Per riuscire a dormire e basta.
Gladys non sopportava che sua figlia si comportasse come se avesse paura
di lei. Che davanti a lei rinculasse come un cane bastonato, che trasalisse ogni
volta che le rivolgeva la parola. Non  colpa mia se la tua adorata nonna  morta.
Non l'ho mica uccisa io! Non sopportava quel suo continuo frignare e tirar
su col naso, e soprattutto non sopportava di vederla stringersi al petto quella
bambola ormai logora e lercia, sgranando gli occhioni come un'orfanella da
film. Quello strazio di bambola! Ancora quello strazio di bambola! E smettila
di parlarci! Non lo sai che parlare da soli  il primo passo verso... Gladys tacque,
tremando, non volendo dare un nome al proprio terrore. (Perch, si chiese
Gladys, odiava cos tanto quella bambola? In fondo era stata lei a regalargliela.
Era gelosa delle attenzioni che le dedicava Norma Jeane? Quella bambola bionda dai vacui occhi blu e dal sorriso stampato era Norma Jeane, vero?
Gladys gliel'aveva regalata quasi per scherzo; a lei l'aveva data un amico dicendo
di averla vinta da qualche parte, anche se, probabilmente, conoscendo la
morale di quel balordo insensibile e perfido come Peter Lorre in M., era capacissimo
di averla rubata dal sedile di una macchina o dalla veranda di qualche
amico, spezzando il cuore della bambina di cui fosse il giocattolo preferito.)
Comunque non poteva privare Norma Jeane di quello strazio di bambola.
Quantomeno non ancora.
...
.
...
5.
...
.
...
Abitavano eroicamente insieme, madre e figlia. Abitavano insieme quando si
scaten il Santa Ana, e l'aria si fece rovente e tinta di fumo, e si levarono le
fiamme dell'Inferno, nell'autunno del 1934.
Abitavano insieme in tre stanze all'828 di Highland Avenue, Hollywood,
tre stanze in affitto in uno dei bungalow di un residence - A cinque minuti di
strada dall'Hollywood Bowl, come Gladys amava ripetere. Anche se in effetti
all'Hollywood Bowl non ci andavano mai.
La madre aveva trentaquattro anni e la figlia ne aveva otto.
C'era una leggera distorsione, come in quegli specchi da casa-degli-specchi
dove l'immagine  quasi normale e perci ci si fida e invece non si dovrebbe.
C'era una leggera distorsione nel fatto che Gladys avesse gi trentaquattro anni!
- e la sua vita non fosse neanche cominciata. Aveva avuto tre figli, e quei
tre figli erano stati strappati via da lei e in un certo senso cancellati, e adesso
ecco l quella bimbetta di otto anni e con gli occhi gi pieni di tristezza, quell'infantile
anima da vecchia, incarnazione di un'accusa che lei non poteva sopportare
eppure che doveva sopportare, poich Noi due siamo tutto quello che ci
resta come Gladys continuava a ripetere alla bambina finch io sar abbastanza forte da tenerci insieme.
La stagione degli incendi non giunse inattesa. Le punizioni eque non giungono mai inattese.
Eppure gi molto prima degli incendi a Los Angeles, gi molto prima del
1934, sulla California del sud incombevano funesti presagi. Non c'era bisogno
dei venti del Mojave Desert per capire che ben presto il caos sarebbe sfuggito a
ogni controllo. Potevi leggerlo nei volti scavati e smarriti dei nomadi (come li
chiamavano) che incontravi per strada. Potevi leggerlo in certe sinistre formazioni
di nuvole che al tramonto si schieravano sul Pacifico. Potevi sentirlo nelle
criptiche allusioni velate, nei sorrisi repressi e nelle risate soffocate di certe
persone che lavoravano allo Studio e in cui un tempo avevi avuto fiducia. Meglio
non dare ascolto alle notizie della radio. Meglio non degnare neppure di
uno sguardo le pagine di cronaca dei giornali, a cominciare da quelle del Los
Angeles Times, che cos spesso veniva lasciato in giro nel bungalow (apposta?
per provocare gli inquilini pi sensibili, come Gladys?), poich non era affatto
piacevole leggere le allarmanti statistiche sulla disoccupazione in America, le
storie di famiglie sfrattate e senza casa da un capo all'altro della nazione, i suicidi
di gente che all'improvviso si ritrovava senza un soldo e di veterani della
Prima Guerra Mondiale, invalidi privi tanto di lavoro quanto di speranza.
Cos come non era affatto piacevole leggere le notizie che arrivavano dall'Europa.
Dalla Germania.
La prossima guerra ce l'avremo in casa. Stavolta non ci sar scampo.
Gladys chiuse gli occhi, una fitta di dolore. Fulminea come il primo spasmo
di emicrania. Quella verit era stata espressa da una voce che non era la
sua, dalla voce di un autorevole giornalista radiofonico.
Erano quelle le ragioni che l'avevano indotta a portare Norma Jeane ad abitare
con lei nel bungalow sulla Highland Avenue. Ad abitare con lei anche se
lei continuava a sgobbare per lo Studio con i soliti orari infernali e aveva il costante
terrore di venir sbattuta fuori (in quel periodo Hollywood era piena di
impiegati che venivano messi in aspettativa quando non direttamente sbattuti
fuori), e c'erano giorni in cui il peso del mondo sulla sua anima era tale da
renderle quasi impossibile alzarsi dal letto. Era determinata a fare di se stessa
una buona madre per Norma Jeane, almeno per quel poco tempo che ancora
rimaneva. Perch anche se la guerra non fosse arrivata dall'Europa o dal Pacifico,
avrebbe sempre potuto arrivare dal cielo: H. G. Wells aveva profetizzato
una catastrofe del genere nel suo libro La guerra dei mondi, che per chiss quale
ragione Gladys aveva quasi imparato a memoria, come certi passaggi de La
macchina del tempo. (Era sua convinzione, bench vaga, che il padre di Norma
Jeane le avesse regalato una raccolta dei romanzi di Wells, insieme ad alcuni
volumi di poesia, ma la verit era che a regalarglieli, a sua edificazione, era
stato un impiegato dello Studio, gi amico del padre di Norma Jeane, a sua
volta dipendente dello Studio per un breve periodo a met degli anni Venti.)
Un'invasione di marziani: perch no? Quando si trovava in uno dei suoi periodi
di affanno psichico, Gladys credeva nei segni zodiacali e nell'influsso delle
stelle e dei pianeti sul genere umano. Credeva nell'esistenza di altri esseri viventi
sparpagliati in giro per l'universo, e nel fatto che essi, a immagine e somiglianza
del loro Creatore, volessero il male dell'umanit. Una simile invasione
avrebbe trovato conferma nell'Apocalisse, che secondo Gladys era l'unico
libro della Bibbia che avesse un senso, quantomeno l nella California del sud.
Anzich angeli vendicatori con spade di fiamma, perch non invece orrendi
marziani fungiformi che brandissero vampe invisibili pronte a divenire fiamma a contatto col bersaglio umano?
Ma davvero Gladys credeva ai marziani? A una possibile invasione dal cielo?
Siamo nel ventesimo secolo. Dai tempi di Jahv le cose sono cambiate parecchio, e con loro anche le punizioni divine.
Nessuno sapeva se Gladys stesse scherzando o se invece fosse terribilmente
seria. Seria nel fare quelle dichiarazioni col suo tono sexy alla Jean Harlow e
con una mano piantata sull'anca tornita. Sguardo eccitato ma fermo e risoluto.
Labbra carnose e d'un rosso madido. A disagio, Norma Jeane notava che
gli adulti, specialmente i maschi, erano affascinati da sua madre, affascinati come
si resta affascinati quando si vede qualcuno sporgersi troppo da una finestra
al decimo piano o avvicinare troppo i capelli alla fiamma di una candela.
Affascinati nonostante la ciocca di capelli bianchi (ciocca che, per spregio,
Gladys si ostinava a non tingere), nonostante le ombre livide sotto gli occhi,
nonostante la febbrile irrequietezza del corpo. Nell'atrio del bungalow, lungo
il vialetto d'ingresso, per strada, dovunque Gladys trovasse qualcuno disposto
ad ascoltarla, Gladys faceva scena. Bastava esser stati una volta al cinema e si
capiva che Gladys faceva scena. Poich anche far scene prive di una logica evidente
significava catturare l'attenzione, e catturare l'attenzione aiutava a placare
la mente. Ed era anche eccitante, visto che buona parte dell'attenzione che Gladys riusciva ad attirare su di s era erotica.
Erotica: cio che ti desiderano.
Perch la pazzia  seducente,  sexy. La pazzia femminile.
Purch la pazzia sia ragionevolmente giovane e attraente.
A Norma Jeane, bambina timida, spesso bambina invisibile, in fondo non
dispiaceva che gli adulti, specialmente i maschi, guardassero con tanto interesse
la donna che le era madre. Se quella risata nervosa e quelle mani che gesticolavano
senza posa non li avessero respinti dopo l'iniziale attenzione Gladys
avrebbe potuto trovare un altro uomo che l'amasse. Avrebbe potuto trovare un uomo
che la sposasse. Saremmo state salve! A Norma Jeane invece non piaceva che,
dopo quelle scene cos stimolanti, Gladys, tornata a casa, ingurgitasse una
manciata di pillole e si abbattesse sul letto, e, tremante e insensibile, ci rimanesse
immobile per ore e ore senza neppure addormentarsi, con gli occhi appannati
come da una specie di muco. Quando Norma Jeane tentava di allentarle
la cinta o di slacciarle qualche bottone, Gladys era capace di prenderla a
parolacce e a ceffoni. Quando Norma Jeane tentava di liberarla dal tormento
delle strette scarpe coi tacchi, Gladys era capace di prenderla a calci. No! Non
toccarmi! Potrei attaccarti la lebbra! Lasciami in pace.
Se con quegli uomini si fosse impegnata pi a fondo. Forse. Avrebbe potuto funzionare!
...
.
...
6.
...
.
...
Dovunque tu sia, io sono l. Prima ancora che tu raggiunga la tua meta io sar l, ad aspettarti.
Io sono nei tuoi pensieri, Norma Jeane. Sempre.
Che bei ricordi! Si sentiva fortunata.
Era l'unica bambina in tutta la Highland Elementary School ad avere - in un
piccolo portamonete di raso rosso - i soldini per comprarsi da mangiare nel negozio
all'angolo. Crostatine di frutta, aranciate. Certe volte anche un pacchetto di
crackers al burro d'arachidi. Cos buoni! Ripensandoci, anni dopo, si sentiva ancora
l'acquolina in bocca. Certe volte, dopo la scuola, anche in inverno quando
faceva buio prima, Norma Jeane aveva il permesso di andare da sola a piedi fino
al Grauman's Egyptian Theatre, a meno di cinque chilometri dalla scuola, sull'Hollywood
Boulevard, e l, per soli dieci cent, aveva diritto al doppio spettacolo.
La Principessa Buona e il Principe Misterioso! Come Gladys, anche loro erano sempre l ad aspettarla, per rincuorarla.
Quando vai al cinema non devi dirlo a nessuno. Gladys le aveva raccomandato
di non confidarsi mai con nessuno; di non fidarsi mai di nessuno,
nemmeno degli amici. Avrebbero potuto fraintendere e giudicare male Gladys.
Perch spesso Gladys doveva lavorare fino a tardi. L allo sviluppo c'erano
operazioni che solo Gladys Mortensen era in grado di svolgere; senza Gladys,
grandi successi tipo Happy Days di Dixie Lee e Kiki di Mary Pickford avrebbero
rischiato di trasformarsi in disastri. E comunque Gladys insisteva a dire che
al Grauman's Egyptian Theatre Norma Jeane sarebbe stata al sicuro. Basta
che ti sieda in fondo, vicino al corridoio centrale. E che guardi sempre dritto
davanti a te e soltanto lo schermo. Se qualcuno ti importuna chiama la maschera.
E non parlare con gli sconosciuti.
Tornando a casa dopo il doppio spettacolo, al tramonto, stordita come se
fosse ancora immersa nel sogno incantatore del film, Norma Jeane seguiva il
consiglio materno cammina veloce, come se sapessi chiaramente dove andare,
sempre sul marciapiede e sotto i lampioni. Non guardare in faccia le persone
che incroci e non accettare passaggi da nessuno, mai.
E non mi successe mai niente. Non che io ricordi.
Perch lei era sempre con me. E anche lui.
Il Principe Misterioso. Sempre e unicamente nel sogno dei film. Il cuore ti
batteva pi forte man mano che ti avvicinavi all'Egyptian Theatre, cos simile a
una cattedrale. Il Principe Misterioso lo intravedevi gi all'ingresso, nelle teche
di vetro che racchiudevano, come opere d'arte da ammirare, le splendide foto
patinate. Fred Astaire, Gary Cooper, Cary Grant, Charles Boyer, Paul Muni, Fredric
March, Lew Ayres, Clark Gable. Poi, una volta dentro, eccolo campeggiare
sullo schermo, gigantesco eppure intimo, talmente vicino da poterlo toccare allungando
appena la mano - quasi! Eccolo parlare con altra gente, abbracciare e
baciare splendide donne, eppure sempre rivolgersi a te. E anche loro, quelle donne
- abbastanza vicine da poterle toccare, visioni di te stessa in uno specchio di
fiaba, Amiche Magiche con il corpo di altre, con volti che per certi versi erano,
misteriosamente, il tuo. O che un giorno sarebbero stati il tuo. Ginger Rogers,
Joan Crawford, Katharine Hepburn, Jean Harlow, Marlene Dietrich, Greta Garbo,
Constance Bennett, Joan Blondell, Chlaudette Colbert, Gloria Swanson. Come sogni
sognati senza una sequenza logica, le loro storie si mescolavano l'una all'altra.
C'erano musical chiassosi e solari, c'erano drammi a fosche tinte, cerano farse
grossolane, cerano saghe d'avventura, di guerra, di epoche remote - visioni da
sogno in cui sfumavano e riapparivano gli stessi volti intensi. In ruoli diversi e
diversi costumi, incarnando fati diversi. Eccolo! Il Principe Misterioso.
E la sua Principessa.
Dovunque tu sia, io sono l. Ma a scuola no, quasi mai.
Nel residence all'828 di Highland Avenue c'erano solo adulti, a parte la piccola
e riccioluta Norma Jeane, adorata da tutti gli inquilini. (Non  certo
l'ambiente adatto per una bambina, con questo viavai di gente strana, aveva
detto a Gladys un'inquilina. Cosa vorrebbe dire con "gente strana"? aveva ribattuto
Gladys, piccata. Lavoriamo tutti allo Studio.  proprio per questo,
aveva risposto la donna, con una risatina allusiva. "Lavoriamo tutti allo
Studio.") Ma scuola significava bambini.
Mi facevano paura! I caporioni dovevi conquistarteli subito. Altrimenti eri
spacciata. Nel mio caso non avevo neanche l'aiuto di fratelli o sorelle. Ero sola. E
per loro ero strana. Avevo una gran voglia di farmi accettare, di piacere. Mi chiamavano
Occhi-di-fuori e Testona, non ho mai capito perch.
Alle amiche Gladys ripeteva di essere ossessionata dalla scarsa istruzione
scolastica della figlia, eppure, negli undici mesi in cui Norma Jeane frequent
la Highland Elementary, Gladys and a parlare con gli insegnanti soltanto una
volta, e unicamente perch l'avevano convocata.
L, del Principe Misterioso non c'era neanche l'ombra.
Anche quando sognava a occhi aperti, anche quando si concentrava al massimo,
Norma Jeane non riusciva a farselo venire in mente. La aspettava nel sogno
dei film; quella era la sua consolazione, la sua gioia segreta.
...
.
...
7.
...
.
...
Norma Jeane, ho dei progetti per te. Per noi"
Una spinetta Steinway bianca, talmente bella che Norma Jeane la guard
sbalordita e incredula e ne sfior con dita esitanti la superficie lucida: oh, era
per lei? Prenderai lezioni di piano. Come avrei voluto fare io. Il salottino del
loro trivani era piccolo e gi ingombro di mobili, ma nondimeno si fece spazio
per quello strumento gi appartenuto a Fredric March, come Gladys continuava a ripetere.
Il raffinato Mr. March, diventato famoso con il cinema muto, era sotto contratto
con lo Studio. Un giorno aveva simpatizzato con Gladys nella mensa
dello Studio; le aveva venduto la spinetta a un prezzo notevolmente ridotto
per farle una cortesia, sapendo che Gladys era tutt'altro che ricca; oppure, stando
a un'altra versione del racconto di Gladys su come fosse venuta in possesso
di quello strumento davvero speciale, Mr. March gliel'aveva semplicemente regalata
come segno di stima. (Gladys port Norma Jeane a vedere Fredric
March in I Love You Truly, con Carole Lombard, al Grauman's Egyptian; in tutto,
quel film madre e figlia lo avrebbero visto tre volte. Se tuo padre lo sapesse
impazzirebbe di gelosia, le disse Gladys con tono misterioso.) Visto che al
momento Gladys non poteva permettersi un maestro di pianoforte per la figlia,
si accord per qualche lezione saltuaria con un altro inquilino del bungalow,
un inglese di nome Pearce che faceva la controfigura per diversi attori famosi,
tra i quali Charles Boyer e Clark Gable. Pearce era alto, bello e con un
paio di baffetti sottili. Ma cinematograficamente parlando era freddo, non aveva
presenza. Norma Jeane cerc di ingraziarselo esercitandosi diligentemente;
quando era da sola le piaceva molto suonare il pianoforte magico, ma gli
sbuffi e le smorfie di Mr. Pearce la mettevano in difficolt. Aveva preso la brutta
abitudine di ribattere compulsivamente le note. Tesoro, non  necessario
che tu balbetti i tasti, le disse un giorno Mr. Pearce con quella sua intonazione
ironica e sferzante.  gi abbastanza disdicevole che tu balbetti le parole.
Gladys, che nel corso degli anni era riuscita ad assimilare un po' di pianoforte,
cerc di insegnare a Norma Jeane quel poco che sapeva, ma le loro sedute alla
spinetta erano pi strazianti di quelle con Mr. Pearce. Gladys urlava, esasperata:
Non lo senti che questa nota  sbagliata? Non la senti la differenza tra un
diesis e un bemolle? Cos', sei stonata? O pi semplicemente sorda?
Le sporadiche lezioni di piano di Norma Jeane continuarono comunque,
sporadicamente. E di tanto in tanto un'amica di Gladys, impiegata nel settore
musicale dello Studio e anche lei inquilina del bungalow, le impartiva qualche
lezione di canto. Dopo un paio di lezioni, Miss Flynn disse a Gladys: Tua figlia
 una bambina molto dolce e volenterosa. Si impegna parecchio. Molto
pi delle giovani cantanti che abbiamo sotto contratto! Ma purtroppo... Jess Flynn parlava a bassa voce per non farsi sentire da Norma Jeane... non ha un filo di voce.
Se la far venire, rispose Gladys.
Era quello che facevamo insieme invece di andare a messa. La nostra religione.
La domenica, quando aveva i soldi per pagarsi la benzina, o .un uomo che
gliela pagasse, Gladys portava Norma Jeane a guardare le case delle stelle. A
Beverly Hills, a Bel Air, a Los Feliz, e sulle Hollywood Hills. Domeniche di
primavera e d'estate, nel 1934, e anche domeniche di quel triste autunno
scempiato dalla siccit. La voce di Gladys, la sua voce da mezzosoprano, gonfia
d'orgoglio. La sontuosa dimora di Douglas Fairbanks. La sontuosa dimora
di Mary Pickford. La sontuosa dimora di Pola Negri. Le sontuose dimore di
Tom Mix e di Theda Bara. La Bara ha sposato un milionario e si  ritirata.
Mica scema, eh? Norma Jeane rimirava sbalordita quelle ville meravigliose.
Com'erano grandi! Somigliavano ai castelli delle fiabe. In quei momenti magici,
in quelle magiche perlustrazioni del reame dei divi, madre e figlia erano al
settimo cielo. Gladys non smetteva mai di parlare, sicch Norma Jeane non
correva il rischio di balbettare e di farla arrabbiare. Quella  la casa di Barbara
La Marr, "La ragazza troppo bella". ( solo un modo di dire, tesoro. Non si 
mai troppo belle, cos come non si  mai troppo ricche.) La casa di W. C.
Fields. E laggi la vecchia casa di Greta Garbo - bella, per uno se l'aspetterebbe
pi grande, vero? E qui, dietro questo cancello, la villa moresca dell'incomparabile
Gloria Swanson. E quella invece  la casa di Norma Talmadge, la
"nostra" Norma. Erano arrivate a Los Feliz. Gladys parcheggi la macchina in
modo che lei e la figlia potessero ammirare l'elegante villa in cui Norma
Talmadge aveva vissuto con il marito produttore. A guardia del cancello c'erano
otto leoni di granito identici a quello della Metro Goldwyn Mayer! E quell'erba
cos verde e lussureggiante. A giudicare da Beverly Hills, da Bel Air, da Los
Feliz o dalle Hollywood Hills, Los Angeles sembrava tutt'altro che una citt di
sabbia. Bench non piovesse da settimane e nel resto della contea l'erba fosse
arsa e vizza, in quei luoghi di fiaba i prati erano di un verde vibrante e uniforme.
Le bouganvillee cremisi e porpora erano perennemente in fiore. C'erano
bellissimi alberi che Norma Jeane non aveva mai visto altrove - cipressi italiani,
li chiamava Gladys. Niente a che vedere con quelle rachitiche e squallide
palme che si vedevano in citt: quelli erano alberi snelli ed eleganti, pi alti del
tetto delle case pi alte. La vecchia residenza di Buster Keaton. L in fondo,
quella di Helen Chandler. Dietro quella cancellata abita Mabel Normand. E l
Harold Lloyd. John Barrymore. Joan Crawford. E Jean Harlow - la "nostra"
Jean. Norma Jeane era contenta che Jean Harlow, come Norma Talmadge, abitasse in una casa immersa nel verde.
Sopra le ville delle stelle il sole brillava discreto, senza abbagliare. Se c'erano
nubi, erano sempre bianche nubi vaporose e alte, spruzzate in un cielo dipinto di un blu perfetto.
Laggi c' la casa di Cary Grant. E l ci abita John Gilbert. E l Lillian Gish
- ma  solo una delle sue tante case. E laggi, quella ad angolo, era la casa di Jeanne Eagels - poveretta!
Norma Jeane chiese prontamente cosa fosse successo a Jeanne Eagels.
A quella stessa domanda, in altre occasioni Gladys aveva risposto dicendo
con tono triste  morta. Stavolta disse sprezzantemente: La Eagels? Una
drogata! Dicono che quando mor era ridotta uno scheletro. Decrepita, a trentacinque anni.
Gladys ingran la marcia. Il giro prosegu. Certe volte Gladys lo cominciava
a Beverly Hills e lo terminava nel tardo pomeriggio, sbucando di nuovo nella
Highland Avenue; altre volte andava direttamente fino a Los Feliz e da l tornava
indietro verso Beverly Hills; oppure puntava sulle meno frequentate Hollywood
Hills, dove abitavano i divi pi giovani e i futuri-divi. Certe volte ripercorreva
come una sonnambula una strada che avevano appena battuto, e ricominciava
la litania: Vedi, dietro quella cancellata c' la villa moresca di
Gloria Swanson. E laggi abita Mirna Loy. L in fondo - Conrad Nagel. La
gita parve crescere d'intensit quando Gladys rallent l'andatura per guardare
meglio attraverso il parabrezza della Ford verde marcio, che aveva sempre bisogno
di una bella lavata; o forse il vetro era ormai irrimediabilmente coperto da
una sottile pellicola di sudiciume. Sembrava quasi che in quella particolare gita
si nascondesse uno scopo che, come nei film dalla trama complicata, presto
si sarebbe rivelato. La voce di Gladys era come sempre piena di entusiasmo e
di venerazione, ma sotto sotto si percepiva una sorta di rabbia sorda e implacabile.
Ecco - l c' la casa pi famosa di tutte: FALCON's LAIR. La casa del povero
Rodolfo Valentino. Rodolfo Valentino non sapeva recitare. E non sapeva vivere.
Ma era fotogenico, ed  morto al momento giusto. Ricordatelo, Norma Jeane, muori al momento giusto.
Madre e figlia rimasero in silenzio a guardare la barocca dimora del grande divo del muto, e avrebbero voluto restare l per sempre.
...
.
...
8.
...
.
...
Per il funerale, Gladys e Norma Jeane si erano vestite con grande cura e gusto,
anche se adesso erano intruppate tra gli oltre settemila curiosi assiepati lungo
il Wilshire Boulevard in prossimit del Wilshire Temple.
Gladys spieg a Norma Jeane che il Wilshire Temple era una sinagoga, cio la chiesa degli ebrei.
Gli ebrei erano come i cristiani, solo che appartenevano a una razza pi
antica, pi saggia e pi tragica. Mentre i cristiani avevano colonizzato il West
per coltivarne la terra, gli ebrei lo avevano colonizzato con l'industria del cinema e avevano fatto una rivoluzione.
Norma Jeane domand: Mamma, noi potremmo essere ebree?
Gladys fu l l per dire no, poi esit, sorrise e disse: Potremmo se ci volessero.
Se valessimo qualcosa. Se potessimo nascere un'altra volta.
Gladys, che da giorni ripeteva di aver conosciuto Mr. Thalberg se non personalmente
quantomeno in virt del suo genio cinematografico, era molto
affascinante nel suo abito di crpe nero in stile anni Venti, leggermente ritoccato,
con la vita stretta, l'ampia e fluttuante gonna a mezza caviglia, e un elaborato
colletto di pizzo nero. In testa aveva un cappello a cloche nero con una
veletta nera che si sollevava e riabbassava e sollevava e riabbassava al ritmo dei
suoi respiri rapidi e caldi. I guanti sembravano nuovi: raso nero e lunghi sino
al gomito. Calze color fumo, scarpe di vernice nera, tacchi alti. Il volto era una
maschera di trucco pallida e tenebrosa, come il volto di un manichino, i lineamenti
enfatizzati nell'ormai superato stile di Pola Negri; il profumo era di un
dolce penetrante che ricordava le arance che marcivano nella loro ghiacciaia
quasi sempre sprovvista di ghiaccio. Gli orecchini, per come scintillavano a
ogni minimo movimento del capo, avrebbero potuto essere tanto di diamanti
quanto di cristallo di rocca o addirittura di vetro ingegnosamente tagliato.
Mai rimpiangere i debiti contratti per una degna causa.
La morte di un grand'uomo  sempre una degna causa.
(In realt, Gladys aveva acquistato soltanto gli accessori. Il vestito di crpe
nero l'aveva preso in prestito tra i costumi di scena dello Studio, senza autorizzazione.)
Norma Jeane, impaurita dalla calca di sconosciuti e poliziotti a cavallo, dalla
processione di limousine scure lungo la strada, da quell'infernale baccano di
strilli, pianti, imprecazioni e persino scrosci di applausi, indossava un vestitino
di velluto blu con colletto e polsini di pizzo bianco, cappellino scozzese, guanti
di pizzo bianco, calzettoni scuri a coste e mocassini di vernice neri. Era stata
costretta a saltare la scuola. Era stata sgridata, coccolata, minacciata. I suoi capelli
erano stati lavati (da Gladys, brutalmente e profusamente) nelle prime
ore del giorno, prima ancora dell'alba, perch Gladys aveva avuto l'ennesima
nottata difficile: un non precisato farmaco l'aveva fatta star male di stomaco, i
suoi pensieri erano una spirale, come il nastro delle telescriventi, e dunque i
capelli imbrogliati di Norma Jeane erano stati sbrogliati a forza, con un pettine
spietatamente usato a mo' di rastrello, e poi spazzolati e spazzolati e spazzolati
fino a farli brillare - e, con l'ausilio di Jess Flynn (destata alle cinque del
mattino dagli strilli della bambina), accuratamente intrecciati a corona in cima
alla testa fino a renderla, nonostante gli occhi pieni di lacrime e le labbra rosse
per i morsi di dolore, in tutto e per tutto simile a una principessa delle fiabe.
Sar l. Al funerale. Probabilmente sar tra quelli che portano la bara. Non ci
rivolger la parola. Non in pubblico. Per ci vedr. Vedr te, sua figlia. Non possiamo
sapere quando, ma dobbiamo essere pronte.
A un isolato dal Wilshire Temple, su entrambi i lati della strada si era gi radunata
una folla enorme. Eppure non erano ancora le sette e mezzo, e la funzione
era prevista per le nove. C'erano poliziotti a cavallo e poliziotti a piedi;
c'erano fotografi che cercavano di appostarsi nei punti migliori, ansiosi di immortalare
l'evento storico. Il percorso del corteo funebre era delimitato da una
lunga serie di barriere montate su cavalletti di legno, e dietro le barriere si accalcavano,
rapiti in una sorta di paziente raccoglimento, uomini e donne che
aspettavano avidamente che le stelle del cinema e le altre celebrit, arrivate in
sequenza a bordo di limousine lente e tetre come carri funebri ed entrate nel
tempio, ne uscissero dopo i novanta minuti della funzione, intervallo durante
il quale la folla sussurrante - esclusa tanto dal rito quanto da qualsiasi contatto
diretto con le suddette celebrit - continu a espandersi sui lati; e Gladys e
Norma Jeane, spinte contro uno dei cavalletti di legno, si afferrarono a esso e
l'una all'altra. E finalmente ecco emergere dall'ingresso principale della sinagoga
una lucida bara nera portata a spalla da otto uomini elegantemente vestiti e
dall'espressione solenne - i cui nomi, pronunciati con stupore eccitato, serpeggiarono
in mezzo alla folla adorante: Ronald Colman, Adolphe Menjou! Nelson
Eddy! Clark Gable! Douglas Fairbanks Junior! Al Jolson! John Barrymore! Basil
Rathbone! E dietro di loro barcollava sotto il peso del dolore la vedova del defunto,
la divina Norma Shearer, il bel volto coperto da un velo e il corpo cinto
da metri e metri di nero sontuoso; e dietro la Shearer una moltitudine di celebrit
anch'esse dolenti che si rivers fuori dal tempio come un'onda di magma
scintillante, nomi evocati in una litania che Gladys ripete a beneficio di Norma
Jeane mentre la bimba, eccitata e atterrita, incollata al cavalletto pregava in
cuor suo di non finire schiacciata - Leslie Howard! Erich von Stroheim! Greta
Garbo! Joel McCrea! Wallace Beery! Clara Bowl! Helen Twelvetrees! Spencer Tracy!
Raoul Walsh! Edward G. Robinson! Charlie Chaplin! Lionel Barrymore! Jean
Harlow! Groucho, Harpo e Chico Marx! Mary Pickford! Jane Withers! Irvin S.
Cobb! Shirley Temple! Jackie Coogan! Bela Lugosi! Mickey Rooney! Freddie
Bartholomew col vestito di velluto indossato nel Piccolo Lord! Busby Berkeley!
Bing Crosby! Lon Chaney!Marie Dressler!Mae West!- e a quel punto fotografi e
cacciatori di autografi travolsero le barriere, incuranti dei poliziotti a cavallo
che, urlando, imprecando, mulinando i manganelli, tentavano di ricacciarli indietro.
Ci fu un gran trambusto. Grida di rabbia, grida di paura. Forse qualcuno
era caduto. Forse qualcuno era finito sotto gli zoccoli di un cavallo. Forse
qualcuno si era buscato una manganellata. I megafoni della polizia latravano.
Si ud ruggire il motore di un'auto, poi un altro e un altro ancora. L'agitazione
si plac rapidamente. Norma Jeane, col cappellino scozzese sghembo su una
tempia, si afferr al braccio teso di Gladys e tuttavia mia madre non mi scacci,
si lasci prendere il braccio. Gradualmente la pressione della folla si attenu. Lo
sfarzoso carro funebre e le limousine si erano allontanati piantando in asso la
folla di curiosi, persone comuni che adesso, private del centro del loro interesse
e non certo interessate le une alle altre, non poterono fare altro che sciamare
nella strada ormai libera e sgombra. Non c'era dove andare, ma rimanere l
non aveva pi senso. L'evento storico, il funerale di Irving G. Thalberg, il
grande pioniere di Hollywood, era finito.
Qua e l si vedevano donne che si asciugavano gli occhi. Molti degli astanti
sembravano disorientati, come se avessero patito una grande perdita ma non sapessero bene di cosa.
Tra loro c'era la madre di Norma Jeane. Il suo viso sembrava imbrattato sotto
il velo umido e appiccicoso, e gli occhi erano rossi e annebbiati, pesci in
miniatura che nuotavano in direzioni opposte. Parlava tra s e s, con un sorriso
teso. Il suo sguardo si sofferm su Norma Jeane, incapace di metterla a fuoco.
Poi eccola allontanarsi, barcollando sui suoi tacchi alti. Norma Jeane vide
che due uomini, distanti l'uno dall'altro, guardavano la madre. Uno dei due le
fece un fischio; era come l'attacco di un'improvvisa scena di ballo in un film
con Ginger Rogers e Fred Astaire, solo che non ci fu nessuno scroscio di musica,
e Gladys non parve accorgersi dell'uomo, e l'uomo quasi immediatamente
si disinteress di lei e si volt sbadigliando e si allontan. L'altro uomo, palpandosi
svagatamente il cavallo dei pantaloni come se fosse solo e inosservato,
stava gi allontanandosi in un'altra direzione.
Uno schioccar di zoccoli! Norma Jeane alz gli occhi e con grande meraviglia
vide un uomo in uniforme in groppa a uno splendido cavallo baio dagli
enormi occhi sporgenti. L'uomo la guardava. Piccolina, dov' tua madre?
Non sarai venuta qui tutta sola, vero? Ammutolita per lo sgomento, Norma
Jeane scosse il capo, pi volte. Si volt e rincorse Gladys e prese la mano di
Gladys e di nuovo fu contenta che Gladys si lasciasse toccare, ancor pi contenta
di prima perch sapeva che l'uomo a cavallo stava guardandole. Sarebbe
successo presto. Ma non era ancora il momento. Gladys, stordita, sembrava non
ricordare dove avesse posteggiato la macchina, ma Norma Jeane lo ricordava
perfettamente, o quasi perfettamente, e alla fine la trovarono, la Ford 1929
verde marcio posteggiata in una stradina perpendicolare al Wilshire Boulevard.
Norma Jeane pens alla stranezza di quella faccenda, anche l come
quando nei film qualcosa si rivela quella giusta, la chiave che serve a far partire
una certa macchina; su cento, mille macchine quella chiave va bene solo per
una macchina, cio per quello che Gladys chiamava l'avviamento; e quando
giravi la chiave l'avviamento metteva in moto la macchina; e tu non dovevi
pi aver paura di trovarti sola e smarrita e lontana da casa.
Dentro, la macchina era calda come un forno. Norma Jeane si rannicchi
sul sedile, aveva un gran bisogno di andare in bagno.
Gladys, asciugandosi nervosamente gli occhi, mormor: Vorrei soltanto
non provare dolore. Ma i miei pensieri me li tengo per me. Poi si rivolse
a Norma Jeane e, con stizza improvvisa, le disse: Cos'hai combinato al tuo vestito?
L'orlo si era impigliato in una scheggia del cavalletto, e adesso era tutto stracciato.
N-non lo so. Non  colpa mia"
E allora di chi? Di Babbo Natale?
Gladys voleva arrivare al cimitero ebraico ma non sapeva dove fosse. Si
ferm pi volte lungo il Wilshire per chiedere indicazioni, ma nessuno sembrava
saperlo. Continu a guidare, adesso con una Chesterfield tra le labbra.
Si era tolta il cappello a cloche con la veletta appiccicosa e l'aveva scagliato sul
sedile posteriore, in mezzo a reperti - giornali, riviste di cinema, libri tascabili,
fazzoletti sporchi, e vari capi di vestiario - che vi giacevano da mesi. Mentre
Norma Jeane continuava a dimenarsi cercando di trattenere la pip, Gladys
disse, sarcastica: Forse quando si  ebrei come Thalberg le cose sono diverse.
Gli ebrei devono avere una prospettiva diversa del mondo. Persino il loro calendario
 diverso dal nostro. Quello che per noi  fonte di continua sorpresa,
loro lo sanno gi da secoli. Vivono a met dentro l'Antico Testamento, tra piaghe
e profezie. Sarebbe bello poter vedere le cose dal loro punto di vista. Tacque.
Sbirci Norma Jeane, che resisteva eroicamente anche se la pressione era
talmente intensa da essersi trasformata in una specie di trafittura in mezzo alle
gambe. Lui ha sangue ebreo nelle vene.  anche per questo che fra noi c'
una barriera. Ma oggi ci ha viste. Non poteva parlare ma i suoi occhi parlavano.
Norma Jeane, ha visto te.
Fu allora, a meno di due chilometri da Highland Avenue, che Norma Jeane
se la fece addosso - mortificata, avvilita! - ma una volta cominciato non poteva
pi farci nulla. Gladys sent subito l'odore e le appiopp una sberla, sempre
guidando, poi un'altra sberla, e un pugno, furibonda. Maiale! Bestia! Hai rovinato
quel vestito delizioso, e per giunta non  neanche nostro! Lo fai apposta, vero?
Quattro giorni dopo, si lev il primo alito di Santa Ana.
...
.
...
9.
...
.
...
Perch amava la figlia e voleva risparmiarle il dolore.
Perch era contaminata. E la bambina era contaminata.
Perch la citt di sabbia crollava tra le fiamme.
Perch l'odore di bruciato saturava l'aria.
Perch secondo l'oroscopo i nati sotto il segno dei Gemelli dovevano agire con decisione e mostrarsi coraggiosi nel prendere le decisioni opportune per la propria vita.
Perch il periodo era passato da un pezzo senza che da lei uscisse una singola stilla di sangue. E avrebbe smesso di suscitare desiderio negli uomini.
Perch per tredici anni aveva lavorato nel laboratorio di sviluppo e stampa dello Studio e per quei tredici anni aveva dato tutta se stessa allo Studio aiutandolo a rendere possibili i grandi film che grazie ai volti dei grandi divi dello
schermo avevano trasformato l'anima stessa del Paese, e adesso scopriva che si
era fatta rubare la giovinezza e che la sua, di anima, era fatalmente
malata. Quelli dell'infermeria dello Studio le avevano mentito, il medico incaricato dallo Studio
aveva insistito a dire che il suo sangue non era avvelenato quando invece altroch
se era avvelenato, veleno chimico filtrato persino attraverso i guanti di
gomma a doppia tenuta e fin dentro le ossa delle sue mani, quelle mani che l'amore
suo aveva baciato definendole belle e delicate mani apportatrici di gioia,
e fin dentro il midollo del suo scheletro, scorrendole nel sangue e nel cervello
mentre le esalazioni aggredivano i polmoni inermi. E gli occhi, poi, la vista annebbiata.
Gli occhi che le bruciavano anche nel sonno. E i colleghi che rifiutavano
di ammettere il proprio avvelenamento, per paura di venir licenziati - sbattuti
fuori. Perch era un anno d'inferno, il 1934 in America, e una stagione di
vergogna. Perch si era data malata, e data malata, e data malata finch una voce
le aveva comunicato che non faceva pi parte del personale dello Studio, ritirato
il lasciapassare dello Studio, proibito l'accesso allo Studio. Dopo tredici anni.
Perch non avrebbe mai pi lavorato per lo Studio. Mai pi lavorato per
una miseria vendendosi l'anima in cambio della mera sopravvivenza animale.
Perch doveva disintossicare se stessa e la sua povera figlia.
Perch la figlia era il suo io segreto, indifeso.
Perch la figlia era un mostro deforme camuffato da deliziosa bambina riccioluta.
Perch era stata ingannata.
Perch il padre della bambina avrebbe voluto che non nascesse.
Perch aveva detto di non esser sicuro che fosse sua.
Perch le aveva dato dei soldi, gliel'aveva gettati sul letto.
Perch l'ammontare di quei soldi era duecentoventicinque dollari, l'ammontare del loro amore.
Perch le aveva detto di non averla mai amata; di non essersi spiegato bene.
Perch le aveva chiesto di non telefonargli mai pi, di smettere di importunarlo.
Perch era stata ingannata.
Perch prima della gravidanza l'aveva amata, e dopo no. Perch senza la gravidanza l'avrebbe sposata. Ne era certa.
Perch la bambina era nata tre settimane prima del previsto, pur di essere Gemelli come lei. E maledetta come lei.
Perch mai nessuno avrebbe amato una bambina maledetta.
Perch i roveti in fiamme sulle colline erano chiaramente una chiamata e un segno.
Non sarebbe stato il Principe Misterioso a venire a prendere mia madre.
Per tutto il resto della mia vita il terrore che anche per me un giorno venissero
degli sconosciuti e mi portassero via nuda e urlante e dando di me uno spettacolo vergognoso.
Sua madre le fece lasciare la scuola. Non voleva che andasse tra i loro nemici.
Di Jess Flynn certe volte si fidava e certe altre no. Perch Jess Flynn lavorava
per lo Studio e perci era una spia potenziale. Eppure Jess Flynn si comportava
da amica portando loro da mangiare. Passando a salutarle con un sorriso,
giusto un salto per vedere come va. Offrendosi di prestare a Gladys dei soldi
sempre che fosse di soldi che aveva bisogno, o di prestarle l'aspirapolvere.
Gladys passava quasi tutto il giorno sdraiata a letto, nuda tra le lenzuola sporche,
nella stanza buia. Sul comodino una torcia elettrica, per stanare gli scorpioni,
dei quali Gladys aveva una gran paura. Le tapparelle erano chiuse in
tutte le stanze, sicch era impossibile distinguere la notte dal giorno, l'alba dal
tramonto. I pochi raggi che riuscivano a filtrare rivelavano una cappa di fumo
stagnante nell'aria. C'era puzza di malattia. Puzza di lenzuola sporche, di biancheria
sporca. Puzza di fondi di caff ammuffiti, di latte irrancidito, di arance
nella ghiacciaia che non conteneva ghiaccio. Puzza di gin, di sigarette, di sudore
umano, rabbia umana, disperazione umana. Solo quando le veniva permesso,
Jess Flynn faceva un po' di pulizia. Altrimenti no.
Di tanto in tanto Clive Pearce veniva a bussare alla porta. Parlava con
Gladys o con la bambina attraverso la porta. Anche se non era chiaro cosa dicesse.
Diversamente da Jess Flynn, Clive Pearce non entrava. Le lezioni di piano
erano finite in estate. Clive Pearce riconosceva che era una tragedia ma
aggiungeva che avrebbe potuto essere una tragedia ben peggiore. Gli altri inquilini
del bungalow si consultavano. Che fare? Lavoravano tutti per lo Studio.
Controfigure, comparse, ma anche un assistente operatore, un massaggiatore,
un'assistente costumista, due segretarie di edizione, un istruttore di ginnastica,
un tecnico del laboratorio di sviluppo e stampa, una stenografa, un
paio di attrezzisti e diversi musicisti. Tra loro si sapeva che Gladys Mortensen
era mentalmente instabile - sempre che invece non fosse soltanto eccentrica,
un caratteraccio. Si sapeva, almeno alcuni di loro sapevano, che Mrs.
Mortensen viveva con una bambina che, a parte i riccioli, le somigliava in maniera impressionante.
Quello che tra gli inquilini non si sapeva era cosa fare, o se ci fosse qualcosa
da fare. C'era una certa riluttanza a lasciarsi coinvolgere. C'era una certa riluttanza
a rischiare la collera di Mrs. Mortensen. C'era la vaga sensazione che Jess
Flynn fosse amica di Gladys Mortensen, e che toccasse a lei occuparsene.
La bambina, nuda e in lacrime, si rintan dietro la spinetta, per nascondersi
alla madre. Per sfuggire alla madre. Poi sgattaiol carponi sul tappeto, come
un animale terrorizzato. La madre abbatt sul piano entrambi i pugni, clamore
di note acute e frementi, suono vibrante come di nervi squassati. E daccapo
farsa. In stile Mack Sennett. Mabel Normand in A Displaced Foot, che Gladys aveva visto da piccola.
Quando fa ridere  farsa. Anche se fa male.
Bollente acqua purificante dentro la vasca. Aveva spogliato la bambina, e lei
stessa era nuda. Aveva afferrato la bambina, aveva cercato di sollevarla e poi di
calarla nella vasca, ma la bambina aveva fatto resistenza, urlando. Nella
confusione dei suoi pensieri, misti all'acre puzza di sigaretta e a voci beffarde troppo
soffocate dai farmaci per poterle udire chiaramente, si era illusa che la bambina
fosse assai pi piccola, che quello fosse un periodo precedente nella loro vita
e che la bambina avesse solo due o tre anni e pesasse - quanto? - quindici
chili, e non fosse cos maligna, cos diffidente nei confronti della madre, con
tutto quel dimenarsi e scalciare e strillare No! No!, quella bambina cos cresciuta,
cos forte e decisa possedeva una volont caparbiamente in contrasto con
quella della madre, rifiutava di lasciarsi guidare, rifiutava di lasciarsi infilare
nell'acqua bollente, si dimenava fino a liberarsi, correva via dalla fumigante
stanza da bagno e dalla presa delle mani malate della madre.
Tu. Sei tu la causa.  andato via. Non voleva te - parole pronunciate quasi
serenamente e scagliate nella schiena della bambina atterrita, come una manciata di sassolini aguzzi.
E la bambina, nuda, corse alla cieca fuori, nel corridoio, e buss alla porta
di un vicino urlando Aiuto! Aiutateci!, e non ci fu risposta. E la bambina
corse pi oltre nel corridoio e buss a una seconda porta urlando Aiuto! Aiutateci!,
e non ci fu risposta. E la bambina corse e buss a una terza porta, e
stavolta la porta si apr, e un giovane bellissimo, abbronzato e muscoloso, in
pantaloni e canottiera, abbass lo sguardo su di lei, il suo era un volto da attore
ma adesso era contratto dallo strizzarsi degli occhi per meglio guardare, per
meglio capire la presenza davanti a lui di quella bambina totalmente nuda, il
faccino striato di lacrime, che singhiozzava: C-ci aiuti, mia madre sta male,
venga ad aiutare mia madre che sta male, e la prima cosa che fece quel giovane
fu afferrare la camicia dallo schienale della sedia l accanto e usarla per coprire
la bambina, per coprire la sua nudit, e poi dire: OK, piccolina. Tua madre sta male? Cos' successo a tua madre?
...
.
...
ZIA JESS E ZIO CLIVE.
...
.
...
Mi voleva bene; me l'avevano portata via ma mi aveva sempre voluto bene.
La tua mammina adesso sta meglio e vorrebbe vederti, Norma Jeane.
A parlare era Miss Flynn. E alle sue spalle sulla soglia c'era Mr. Pearce. Sembravano
due becchini. L'amica di Gladys Jess Flynn, occhi arrossati e naso fremebondo
da coniglio - e l'amico di Gladys Clive Pearce, che si strofinava il
mento e succhiava una mentina. La tua mammina ha chiesto di vederti, Norma
Jeane! disse Miss Flynn. I medici dicono che le sue condizioni sono migliorate
e che quindi pu vederti. Te la senti?
Te la senti? Dialogo da film; la bambina viene indirettamente avvertita del pericolo.
E come nei film la scena devi recitarla fino in fondo. Non devi rivelare la
tua diffidenza. Poich ancora non puoi sapere. Solo fermandoti a vedere il film
per la seconda volta potresti cogliere il vero significato di quei sorrisetti forzati,
di quegli sguardi evasivi, di quei discorsi impacciati.
La bambina sorrise contenta. La bambina si fidava e voleva che si vedesse.
Erano passati dieci giorni da quando Gladys Mortensen era stata portata
via. Ricoverata all'Ospedale Psichiatrico di Norwalk, a sud di Los Angeles.
L'aria era ancora caliginosa e faceva lacrimare gli occhi, ma gli incendi nei
canyon cominciavano a diradarsi. Cominciavano a diradarsi le sirene che
ululavano nella notte. Le famiglie precedentemente evacuate dalle zone a
nord della citt cominciavano a tornare nelle proprie abitazioni. La maggior
parte delle scuole aveva riaperto. Ma Norma Jeane non era tornata a scuola,
e la quarta elementare non l'avrebbe fatta alla Highland Elementary. La
bambina piangeva spesso ed era nervosa. Dormiva nel soggiorno dell'appartamento
di Miss Flynn oppure nel divano-letto di Miss Flynn, dove stendeva
alla bell'e meglio le lenzuola prese nell'appartamento di Gladys. Certe
volte riusciva a dormire per sette-otto ore di seguito. Quando Miss Flynn le
dava un assaggino di una piccola compressa bianca che sulla lingua sapeva
di farina amara - allora la bambina crollava in un sonno profondo che la intontiva,
che le faceva palpitare il cuoricino con la lenta cadenza ritmata di
un martello da fabbro, che rendeva la sua pelle viscosa come quella di una
lumaca. E quando si svegliava da quel sonno pesante non rammentava nulla,
dove fosse stata, cos'avesse visto. Non vedevo lei. Non cero mentre la portavano via.
C'era una favola che Nonna Della le raccontava spesso; forse pi che una
favola era una storia inventata da Nonna Della: parlava di una bambina che
vedeva troppo e che ascoltava troppo, e un giorno arrivava un corvo e le beccava
via gli occhi, e un grosso pesce in groppa al corvo le succhiava via le
orecchie, e per far le cose complete una piccola volpe rossa le mangiava il nasino
a patata! Lo vedi cosa succede, signorinella?
Il giorno promesso. Che tuttavia giunse di sorpresa. Miss Flynn l a torcersi
le mani, sorridendo con quella sua bocca da cui i denti sembravano voler scappare,
spiegando che Gladys aveva chiesto di vederla.
Gladys era stata proprio crudele a dire che Jess Flynn era una vergine di
trentacinque anni. Jess faceva l'istruttrice di canto e l'assistente musicale allo
Studio, con un contratto che risaliva ad anni e anni prima, cio a quando era
uscita dalla San Francisco Choir School, ed era un ottimo soprano, dalla voce
bella come quella di Lily Pons. Gladys aveva detto: Jess  una povera illusa.
Di "belle voci" a Hollywood ce n' a bizzeffe, come le blatte. E come i cazzi.
Ma tu non dovevi ridere, non dovevi neanche sorridere quando Gladys parlava
sporco e metteva a disagio gli amici. Non dovevi neppure far capire che
ascoltavi, tranne che Gladys non ti facesse l'occhiolino.
E dunque giunse, quel mattino, giunse con Jess Flynn l a sorridere con
quella sua bocca triste e quei suoi tristi occhi arrossati e quel suo nasino fremebondo.
Le era toccato chiedere un giorno di ferie. E diceva a Norma Jeane di
aver parlato coi dottori e che la mammina si era un po' ripresa e aveva chiesto
di vederla, e che lei e Clive Pearce l'avrebbero accompagnata a far visita
a Gladys, e che si sarebbe occupata lei stessa di mettere in valigia un po' di
biancheria e che frattanto Norma Jeane poteva andare a giocare in cortile perch
non c'era nessun bisogno che la aiutasse. (Ma come potevi giocare, con
tua madre malata e ricoverata in ospedale?). Fuori, asciugandosi gli occhi irritati
dall'aria caliginosa, la bambina cerc di non chiedersi cosa ci fosse che non
andava; mammina era un termine che non c'entrava niente con Gladys, e Jess Flynn avrebbe dovuto saperlo.
Non l'avevo vista mentre la portavano via. Braccia infilate dentro lunghe maniche
allacciate dietro la schiena. Nuda e legata alla barella e con una coperta gettata
addosso. E gli infermieri sudati che rispondevano con gli insulti ai suoi insulti, e che la portavano via.
A Norma Jeane avevano spiegato che non lei l'aveva vista, che lei non c'era quand'era successo.
Forse Miss Flynn aveva coperto con le mani gli occhi di Norma Jeane? Be',
meglio cos che farsi beccare gli occhi da un corvo!
Miss Flynn, Mr. Pearce. Una coppia, ma solo nel senso di coppia da film
comico. Gli amici pi intimi di Gladys l al residence. A Norma Jeane volevano
proprio un gran bene! Mr. Pearce era rimasto molto turbato per quello che
era successo, e Miss Flynn aveva promesso di occuparsi di Norma Jeane, e lo
aveva fatto, per dieci difficili giorni. Adesso per la diagnosi era ufficiale, adesso
per bisognava prendere una decisione. A Norma Jeane capit di udire Jess
piangere e tirar sul col naso mentre parlava a lungo al telefono nella stanza accanto.
Mi sento terribilmente in colpa! Ma non pu andare avanti cos. Lo so, lo
so che gliel'avevo promesso, e Dio mi  testimone che quella promessa volevo mantenerla,
anche perch alla bambina voglio bene come a mia figlia - cio, come a
mia figlia se avessi una figlia. Per c' di mezzo il lavoro, ho bisogno di lavorare,
non ho risparmi, niente, ho bisogno di lavorare, non ci sono alternative. Con quel
suo vestito di lino beige che gi cominciava a mostrare mezzelune di sudore
sotto le ascelle. Dopo aver pianto altrettanto a lungo nel bagno ed essersi lavata
i denti sfregandoli vigorosamente, come faceva quand'era nervosa; col risultato
che adesso le sue pallide gengive sanguinavano.
L al residence Clive Pearce era noto come il gentiluomo inglese. Attore
sotto contratto con lo Studio, bench quasi quarantenne Clive Pearce non aveva
smesso di sperare nelle circostanze; speranze che Gladys liquidava con
una smorfia sprezzante: L'unica "circostanza" che gli resta  il circo. Clive
Pearce era in abito scuro, camicia di cotone bianco e ascot di seta. Faceva un figurone,
anche se si era sfregiato il mento facendosi la barba. Aveva l'alito che
sapeva di alcol e mentine, un odore che Norma Jeane conosceva benissimo. Il
suo adorato Zio Clive, come lui stesso le aveva detto di chiamarlo - ma lei
non aveva mai trovato il coraggio di dirgli che non le sembrava giusto, perch
non era davvero mio zio. Comunque Norma Jeane voleva molto bene a Mr.
Pearce, gliene voleva proprio tanto! Bastava che le facesse uno di quei suoi sorrisetti
ironici, e Norma Jeane si illuminava di colpo. E voleva tanto bene anche
a Miss Flynn, a Miss Flynn che negli ultimi giorni aveva tanto insistito a farsi
chiamare Zia Jess - ma a Norma Jeane quella parola le si bloccava in gola perch non era davvero mia zia.
Miss Flynn si schiar la voce. Vogliamo andare? - e quel suo sorriso impacciato.
Mr. Pearce, sentendosi in colpa e succhiando freneticamente la mentina,
sollev le valigie di Gladys, con una mano le due pi piccole con l'altra la terza.
Senza mai guardare Norma Jeane e borbottando Che tocca fare, che tocca fare, non cerano alternative, che Dio ci aiuti.
C'era un film in cui Zia Jess e Zio Clive erano sposati e Norma Jeane era la
loro figlia. Ma stavolta il film non era quello.
L'aitante Mr. Pearce port fuori le valigie, fino alla macchina parcheggiata
accanto al marciapiede, la sua macchina. Miss Flynn prese per mano Norma
Jeane e, borbottando nervosamente, la accompagn alla macchina. Era una
giornata afosa, il sole era nascosto dietro le nuvole ma sembrava essere dappertutto.
Ovviamente avrebbe guidato Mr. Pearce, poich  sempre l'uomo a guidare.
Norma Jeane implor Miss Flynn di sedersi dietro insieme a lei e la bambola,
ma Miss Flynn sedette davanti accanto a Mr. Pearce. Un'oretta di viaggio,
durante la quale tra sedile posteriore e sedili anteriori non vennero scambiate
molte parole. Baccano del motore, aria torrida che infuriava dai finestrini
aperti. Miss Flynn tir su col naso ripetendo a Mr. Pearce le indicazioni che
aveva trascritto su un foglio di carta. Fin l il viaggio era ancora andare a far
visita a tua madre in ospedale; in retrospettiva sarebbe stato altro. Cio, se ci
fosse stata la possibilit di vedere il film due volte.
 sempre fondamentale che il costume sia in ordine, qualunque sia la scena.
Norma Jeane indossava i suoi unici capi buoni, quelli da scuola: gonnellina
scozzese a pieghe, camicetta di cotone bianco (stirata da Jess Flynn quel mattino
stesso), calzettoni bianchi ragionevolmente puliti e rammendati, e la biancheria
pi nuova che avesse. I riccioli ribelli erano stati pettinati, bench non
spazzolati (Niente da fare! aveva sospirato Miss Flynn lasciando cadere sul
letto la spazzola. Non mi va di lasciarti mezza calva, Norma Jeane.)
Per Miss Flynn e Mr. Pearce era imbarazzante vedere Norma Jeane stringersi
al petto con tanto amore quella bambola. La bambola ormai logora, pelle
bruciacchiata e capelli quasi completamente carbonizzati e occhi di vetro blu
sbarrati in un'espressione di stolido terrore. Miss Flynn aveva promesso a Norma
Jeane che le avrebbe comprato un'altra bambola, ma non c'era stato tempo,
o forse Miss Flynn se nera dimenticata. Comunque Norma Jeane non
avrebbe mai abbandonato la sua bambola, e continuava a stringerla forte forte
- Questa  la mia bambola. Me l'ha regalata mia madre.
La bambola era sopravvissuta all'incendio nella stanza di Gladys. Presa da
una furia improvvisa, Gladys aveva dato fuoco alle lenzuola dopo che Norma
Jeane aveva rifiutato di farsi immergere nell'acqua bollente ed era scappata a
chiedere aiuto a un vicino; era una cosa che non si doveva fare, Norma Jeane
lo sapeva bene, sapeva che era sbagliato fare le cose alle spalle della mamma
come diceva Gladys; ma Norma Jeane era stata costretta a farlo, e allora
Gladys aveva chiuso a chiave la porta e aveva preso i fiammiferi e aveva dato
fuoco alle lenzuola, e con le lenzuola aveva dato fuoco all'elegante abito di crpe
nero e a quello di velluto blu che Norma Jeane aveva indossato al funerale
in Wilshire Boulevard, e poi alle scarpe, alla biancheria, ad alcune foto strappate
in mille pezzi (tra esse quella del padre di Norma Jeane? Norma Jeane
non avrebbe mai pi visto quella bella foto); nel suo delirio di furia distruttrice
le sarebbe piaciuto dar fuoco a tutto ci che possedeva, inclusa la spinetta
un tempo appartenuta a Fredric March e di cui era cos fiera, e anche a se stessa
le sarebbe piaciuto dar fuoco, ma nel frattempo quelli dell'ambulanza avevano
abbattuto la porta e dalla porta si era sprigionata una colonna di fumo e
dalla colonna di fumo era emersa Gladys Mortensen, smunta donna dalla pelle
giallastra talmente sottile che quasi ne trasparivano le ossa, donna dal viso
stravolto e rugoso simile a quello d'una strega, che urlava parole oscene e graffiava
e prendeva a calci i suoi soccorritori fino a costringerli a immobilizzarla
sul pavimento e legarla per il suo bene - come Norma Jeane aveva ripetutamente
sentito descrivere la scena da Miss Flynn e da altri l nel residence e come
lei non aveva potuto vedere perch lei non c'era, o perch qualcuno le aveva coperto gli occhi con le mani.
Vedi, Norma Jeane, tu non c'eri. Tu eri al sicuro con me.
La tua punizione se sei donna. Non amata abbastanza.
Quello era il giorno in cui Norma Jeane andava a far visita alla mammina
in ospedale. Ma Norwalk dov'era? A sud di Los Angeles, le avevano detto.
Miss Flynn si schiar la voce e riprese a dare indicazioni a Mr. Pearce, che sembrava
in ansia e piuttosto seccato. In quel momento non era Zio Clive. Durante
le lezioni di piano c'erano volte in cui Mr. Pearce era silenzioso e continuava
a sbuffare e altre volte in cui era allegro e divertente, era una cosa che
aveva a che fare con l'odore del suo alito; se il suo alito aveva quell'odore,
Norma Jeane sapeva che si sarebbero divertiti anche se lei avesse suonato proprio
male. Mr. Pearce prendeva in mano una matita e batteva il tempo sulla
spinetta un-due, un-due, un-due e certe volte anche sulla testa dell'allieva, facendole
venire la ridarella. E si avvicinava all'orecchio di Norma Jeane con
quel suo alito che sapeva di whiskey e cominciava a canticchiare con quella sua
voce bassa che sembrava il ronzio di un calabrone e battendo sempre pi forte
il tempo con la matita un-due, un-due, un-due finch ecco che invariabilmente
Mr. Pearce infilava scherzosamente la lingua nell'orecchio di Norma Jeane! - e
lei squittiva e ridacchiava e faceva per scappar via ma Mr. Pearce le diceva di
non fare la scema - al che Norma Jeane si ricomponeva ma sempre rabbrividendo
e ridacchiando, e la lezione proseguiva. Adoravo il solletico! Anche se certe
volte faceva male. Mi piacevano quegli slinguazzamenti come me li faceva Nonna
Della, quanto mi mancava la Nonna! Poi c'erano le volte in cui all'improvviso
Mr. Pearce, seccato e col respiro affannoso, chiudeva di colpo la spinetta
(che Gladys non chiudeva mai, e che quand'era chiusa aveva un'aria proprio
strana), dichiarando: Per oggi basta lezione! e se ne andava senza dire una parola.
Strana anche quella sera, in estate, quando Norma Jeane, che da un pezzo
avrebbe dovuto essere a letto, aveva cominciato a strofinarsi insistentemente
contro Mr. Pearce che era passato un attimo per bersi un goccetto insieme a
Gladys, e Norma Jeane si era insinuata tra Gladys e il suo ospite seduti sul divano
e come un cagnolino aveva cercato di accovacciarsi in grembo a Mr.
Pearce, e Gladys l'aveva guardata male e le aveva detto bruscamente: Piantala,
Norma Jeane. Sei ripugnante. Poi aveva detto a Mr. Pearce, a voce pi bassa:
Clive mi spieghi cos' questa storia? E la birichina in preda alla ridarella era
stata spedita in camera da letto, e l non era riuscita a distinguere le parole dei
due adulti, ma dopo un paio di minuti di parlottio piuttosto concitato le era
parso che ricominciassero a ridere amichevolmente; e aveva udito il click! del
vetro di una bottiglia contro il vetro di un bicchiere. Da allora Norma Jeane
aveva capito che Mr. Pearce non era sempre la stessa persona e che era da stupidi
aspettarsi diversamente; cos come anche Gladys non era sempre la stessa
persona. E in effetti pure Norma Jeane: certe volte era allegra da morire e certe
altre volte era sempre l l per piangere, certe volte era spigliata e pronta a fare
la buffona e certe altre volte era agitata, come Gladys definiva quel suo stato,
e spaventata dalla sua stessa ombra, manco fosse un serpente.
E c'era sempre l'Amica Magica di Norma Jeane nello specchio. Che la sbirciava
in tralice oppure la guardava sfrontatamente, faccia a faccia. Lo specchio
poteva essere come un film; forse lo specchio era un film. E film era pure quella ragazzina riccioluta che era lei.
Stretta alla sua bambola, Norma Jeane osservava la nuca di quei due adulti
seduti davanti a lei nella macchina di Mr. Pearce. Il gentiluomo inglese in
abito scuro e ascot di seta non era il Mr. Pearce seduto alla spinetta e rapito
nell'estasi musicale mentre eseguiva la breve e struggente Fr Elise di Beethoven
- nota per nota la musica pi squisita che sia mai stata scritta, sosteneva
bizzarramente Gladys - e non era neppure il Mr. Pearce che ronzava come
un calabrone seduto accanto a Norma Jeane sullo sgabello della spinetta
mentre con dita di ragno suonava il pianoforte su e gi per il fremente corpo
di Norma Jeane; cos come la Miss Flynn che adesso si serrava la fronte
per via dell'emicrania non era la Miss Flynn che l'aveva abbracciata e le aveva
pianto addosso e l'aveva implorata di chiamarla Zia Jess. Tuttavia Norma
Jeane non credeva che quegli adulti l'avessero volutamente ingannata, non
pi di quanto avesse fatto Gladys. Si trattava di momenti diversi e di scene
diverse. Al cinema non esiste mai una sequenza cronologica ineluttabile, poich
tutto  al presente. Si pu andare indietro nel tempo cos come avanti.
Ci sono scene che vengono tagliate, ci sono scene che vengono rimosse. Scene
che immortalano quello che la memoria da sola non potrebbe preservare. Un
giorno, quando Norma Jeane si sarebbe trovata ospite permanente del Regno
della Pazzia, avrebbe ricordato la logica impeccabile, bench dolorosa, di
quel giorno. Avrebbe ricordato, erroneamente, un Mr. Pearce seduto a suonare
Fr Elise prima di intraprendere il viaggio. Ancora una volta, bambina
mia, un'ultima volta. Ben presto Norma Jeane avrebbe imparato i precetti
della Christian Science e avrebbe capito molto di ci che di quel giorno le
era incomprensibile. La mente  tutto, la verit ci rende liberi, il tradimento e
la menzogna e il male non sono reali, sono illusioni provocate da noi stessi per
punirci; ed  solo per debolezza e ignoranza che ce ne lasciamo possedere. Poich
tramite Ges Cristo non v'era male che non potesse essere perdonato.
Se riuscivi a capire la natura di quel male, dovevi perdonare.
Quello era il giorno in cui Norma Jeane veniva portata a far visita alla mammina
in ospedale a Norwalk, solo che invece era il giorno in cui Norma Jeane
veniva portata in un edificio in mattoni rossi sulla El Centro Avenue, sormontato
da un'insegna che si sarebbe incisa per sempre nell'anima di Norma Jeane
anche se, quando la vide per la prima volta, non la vide per niente.
Associazione per la Tutela dei Minori Abbandonati.
Casa dell'Orfano. Fondata nel 1921.
Non era un ospedale? Ma allora dov'era l'ospedale? Doveva la Mamma?
Miss Flynn, tirando su col naso e sbuffando, nervosa come Norma Jeane
non l'aveva mai vista, dovette strapparla a forza dal sedile posteriore della
macchina di Clive Pearce. Norma Jeane, ti prego. Fa' la brava, Norma Jeane,
per favore. Smettila di scalciare, Norma Jeane! Voltate le spalle alla zuffa, Mr.
Pearce si era allontanato rapidamente per fumarsi una sigaretta in santa pace.
La sua esperienza di attore essendo limitata a ruoli di generico - spesso inquadrato
di profilo con quel suo enigmatico sorriso molto british -, Mr. Pearce
non aveva idea di come affrontare una scena da protagonista; la sua preparazione
classica presso la Royal Academy di Londra non contemplava l'improvvisazione.
Miss Flynn gli grid: Clive, almeno porta dentro le valigie, perdio!
Stando al resoconto di Miss Flynn su quella tragica mattinata, le era toccato
trascinare la figlia di Gladys Mortensen fin dentro l'orfanotrofio. Alternando
grida a preghiere: Ti scongiuro, Norma Jeane - tu devi capirci, per ora
non c' altro posto dove tenerti - tua madre  malata, i medici dicono che 
molto malata - ha rischiato di farti male, lo sai, no? - per ora quella donna
non pu farti da madre - e anch'io, col lavoro che faccio - mettiti nei miei
panni, io non posso farti da madre - Norma Jeane! Sei cattiva! Smettila, mi fai
male." Entrata in quell'edificio umido e caldo, Norma Jeane si sent prendere
da un tremore incontrollabile, e nell'ufficio della direttrice scoppi a piangere,
davanti a quella corpulenta donna dal volto che pareva intagliato nel legno
balbett che lei non era orfana, che lei aveva una madre. Lei non era orfana.
Lei aveva una madre. Miss Flynn se ne and via quasi di corsa soffiandosi il
naso. Mr. Pearce aveva depositato le valigie di Gladys nell'atrio, e anche lui se
ne and via quasi correndo. In lacrime e col moccio al naso, Norma Jeane
Baker (poich tale risultava dai documenti: nata l'1 giugno 1926 presso
l'Ospedale Generale della Contea di Los Angeles) rimase sola al cospetto della
Dottoressa Mittelstadt, che frattanto aveva convocato la sua assistente, una
donna altrettanto grassa ma un po' pi giovane, dalla faccia arcigna e dal camice
pieno di macchie. La bambina continuava a piangere e a protestare. Lei
non era orfana. Lei aveva una madre. Aveva anche un padre, che abitava in una grande villa a Beverly Hills.
La Dottoressa Mittelstadt squadr attraverso le lenti trifocali quella bambina
di otto anni affidata al Servizio Sociale della Contea di Los Angeles. Poi le
disse, non con cattiveria, forse addirittura con dolcezza, con un sospiro che
per un istante le sollev il florido petto: Risparmiati le lacrime, figliola. Potrebbero
servirti.
...
.
...
LA PICCOLA ABBANDONATA.
...
.
...
Se fossi diventata carina, mio padre sarebbe venuto a prendermi e mi avrebbe portata via.
Quattro anni, nove mesi e undici giorni.
Nel vasto continente dell'America del Nord fu stagione di bambini abbandonati.
Specialmente nella California del sud.
Quando gli instancabili e spietati venti torridi ebbero finito di soffiare, si
cominciarono a rinvenire creaturine sporche di sabbia e di immondizia abbandonate
nelle canalette di scarico o sulla ghiaia accanto ai binari della ferrovia
o nelle fogne scoperte o davanti a chiese, ospedali, edifici municipali.
Neonati con ancora il cordone ombelicale penzolante dal pancino venivano
rinvenuti nei bagni pubblici, tra i banchi delle chiese, nei bidoni della spazzatura.
Quando i venti torridi si placarono dopo aver mugghiato per giorni e
giorni, si scopr che quel mugghiare era il lamento dei neonati abbandonati. E
dei loro fratellini maggiori: bambini di due o tre anni che vagavano intontiti
per le strade, alcuni con gli abiti e i capelli bruciacchiati. Erano creature prive
di nome. Erano creature prive di parola, di intendimento. Bimbi offesi nel
corpo, alcuni gravemente ustionati. Altri, ancor pi sfortunati, erano morti di
fame o erano stati uccisi; le loro piccole salme, spesso rese irriconoscibili dall'opera
del fuoco, venivano frettolosamente raccattate dagli incaricati degli uffici
d'igiene e caricate sui camion per poi essere seppellite dentro anonime fosse
comuni, nei canyon. Sulla stampa o alla radio nemmeno una parola! Nessuno doveva sapere.
Gli abbandonati, li chiamavano. Creature al di l della nostra misericordia.
Lampi estivi avevano imperversato sulle Hollywood Hills e un tuono furibondo
come la maledizione di Jahv era ruzzolato gi a valle e c'era stata
un'esplosione accecante proprio l nel letto che Norma Jeane spartiva con la
madre, poi ricordava soltanto i capelli e le ciglia bruciacchiati, gli occhi scottati
come se l'avessero costretta a guardare una luce accecante, e di colpo era
sola, senza la madre, in quel posto per il quale non aveva altro nome che quel posto.
Ritta in punta di piedi sulla branda assegnatale (scalza, in camicia da notte,
di notte), attraverso l'angusta finestra sotto la grondaia vedeva a chiss quanti
chilometri di distanza le pulsanti luci al neon dell'antenna della RKO Motion.
Pictures a Hollywood: RKO RKO RKO.
Un giorno.
Chi l'avesse portata in quel posto la bambina non riusciva proprio a ricordarselo.Non c'erano volti precisi nella sua memoria, e non c'erano nomi. Per molti giorni rest muta. La sua gola era riarsa e scorticata, come se l'avessero costretta
a inghiottire fuoco. Non riusciva a deglutire senza strozzarsi o, spesso, vomitare.
Sembrava malata ed era malata. Avrebbe voluto morire. Era abbastanza
matura da poter formulare quel desiderio: Nessuno mi vuole, voglio morire.
Non era abbastanza matura da poter cogliere la veemenza di tale desiderio.
O l'estasi di follia che tale veemenza avrebbe alimentato, l'ambizione di vendicarsi
del mondo conquistandolo - conquistandolo in qualche modo, in qualsiasi
modo, cio comunque un mondo potesse essere conquistato da un singolo
individuo, perdipi di sesso femminile, privo di genitori, abbandonato e apparentemente
di valore intrinseco non molto diverso da quello di un solitario insetto
in mezzo a una pullulante massa di propri simili. Eppure riuscir a farmi
amare da tutti voi e punir me stessa per aver disprezzato il vostro amore non era
ancora la minaccia di Norma Jeane, poich dentro di s Norma Jeane sapeva,
nonostante la ferita nell'anima, di essere stata fortunata a finire in quel posto
anzich ustionata a morte nell'acqua bollente o bruciata viva dalla madre impazzita
nel bungalow all'828 di Highland Avenue.
Poich l all'orfanotrofio cerano bambini ben pi sventurati di Norma
Jeane. Pur nell'intontimento e nella pena riusciva a rendersene conto. C'erano
bambini ritardati, bambini deformi, bambini handicappati - non ci voleva
molto a capire come mai le madri li avessero abbandonati - bambini difficili,
bambini selvaggi, bambini malati che evitavi di toccare per paura che la loro
pelle purulenta contaminasse la tua. La branda accanto a quella di Norma
Jeane nel dormitorio femminile al terzo piano era occupata da una bambina di
dieci anni che si chiamava Debra Mae, e Debra Mae era stata stuprata e picchiata
(che parola dura e aspra era stupro, che parola da adulti; Norma Jeane
ne aveva istintivamente compreso il significato, o quasi compreso: un suono
come di rasoiata e qualcosa di vergognoso che aveva a che fare con quell'affare-
in-mezzo-alle-gambe-delle-donne-che-non-bisognerebbe-mai-mostrare, Il dove
la carne  tenera, sensibile, facile a ferirsi, e Norma Jeane si sentiva mancare
gi al solo pensiero di venir colpita l, figuriamoci poi penetrata da qualcosa di
duro e appuntito); e c'erano due gemelli di cinque anni che erano stati trovati
quasi morti di fame in un canyon delle Santa Monica Mountains, dove la
madre li aveva legati e abbandonati per sacrificarli come Abramo nella Bibbia
(stando al biglietto lasciato dalla madre); e c'era una bambina pi grande di lei
che sarebbe diventata la migliore amica di Norma Jeane, una bambina di undici
anni che si chiamava Fleece, nome che all'origine poteva esser stato Felice,
e che ripeteva in continuazione e con una sorta di morboso compiacimento la
storia della sorellina di un anno che il fidanzato della madre aveva sbattuto
contro un muro fino a farle schizzar fuori il cervello come polpa di cocomero.
Norma Jeane, asciugandosi gli occhi, ammetteva che a lei no, nessuno le aveva fatto male.
Quantomeno, non che ne avesse memoria.
Se fossi diventata carina, mio padre sarebbe venuto a prendermi e mi avrebbe portata
via aveva a che fare con l'insegna lampeggiante della RKO laggi a Hollywood,
che Norma Jeane riusciva a vedere dalla finestra sopra la branda o, altre
volte, dal tetto dell'edificio, quel faro notturno in cui le sarebbe piaciuto riconoscere
una specie di segnale segreto, solo che anche le altre lo vedevano e
forse lo interpretavano esattamente come lo interpretava lei. Una promessa. Ma di cosa?
Aspettando che Gladys uscisse dall'ospedale e quindi di poter tornare a vivere
insieme. Aspettando con la disperata speranza dei bambini per velata
dalla pi adulta consapevolezza che non verr mai, mi ha abbandonato, la odio
pur essendo ossessionata dal terrore che Gladys ignorasse dove l'avevano portata,
dove fosse quell'edificio in mattoni rossi recintato da un muro di sei metri
bordato di filo spinato - le finestre con le sbarre, le scale ripide, i corridoi
senza fine; le stanze buie dove le brande (chiamate lettini) erano stipate una
accanto all'altra in un misto di odori dal quale emergeva il lezzo acre del piscio;
la sala da pranzo con il suo misto di odori altrettanto intensi (latte acido,
grasso bruciato, detersivo) dove si pretendeva che lei mangiasse, pur impaurita
e muta e impacciata com'era, e che mangiasse senza strozzarsi n vomitare,
per mantenersi in forze e non cadere malata e finire in infermeria.
El Centro Avenue: dov'era? A quanti chilometri da Highland Avenue?
Pensando se ci tornassi. Forse la troverei l, che mi aspetta.
Gi dopo pochi giorni nella sua nuova veste di minore affidata al Servizio Sociale
della Contea di Los Angeles, Norma Jeane aveva pianto tutte le lacrime che
le rimanevano. Le aveva consumate troppo presto. Non riusciva a piangere pi
di quanto riuscisse a piangere la sua malconcia bambola dagli occhi blu, priva
di nome a parte Bambola. La brutta-ma-gentile direttrice dell'orfanotrofio,
che erano state istruite a chiamare Dottoressa Mittelstadt, l'aveva avvertita.
L'assistente grassa e col camice macchiato l'aveva avvertita. Le bambine pi
grandi - Fleece, Debra Mae, Janette - l'avevano avvertita. Piantala di fare la
piagnona! Non credere di essere tanto speciale. Gi, perch quelle bambine e
quei bambini non erano i temibili e detestabili sconosciuti che lei immaginava
fossero, bens, come una volta le aveva spiegato il gioviale pastore della chiesa
di Nonna Della, suoi fratelli e sorelle a lei ignoti fino a quel momento e chiss
ancora quanti come loro nel vasto mondo, innumerevoli come granelli di sabbia, e
tutti con un'anima e tutti in egual misura amati da Dio.
Aspettando che Gladys venisse dimessa dall'ospedale e corresse a salvarla. Ma
nel frattempo era un'orfana in mezzo a centoquaranta orfani, una delle pi
piccole, assegnata al dormitorio femminile del terzo piano (et dai sei agli undici
anni) con il suo bel lettino, una branda di ferro con uno striminzito
materasso gibboso foderato di tela cerata ma nondimeno puzzolente di piscio,
la sua tana sotto la grondaia del vecchio edificio in mattoni rossi nella grande
camerata rettangolare affollata e buia anche in pieno giorno, soffocante e opprimente
nelle torride giornate di sole, e gelida, piena di correnti e umida nelle
giornate di pioggia, che costituivano la maggior parte dell'inverno di Los
Angeles; condivideva un cassettone con Debra Mae e un'altra bambina; le erano
stati assegnati due cambi di vestiario - due maglioncini di cotone blu e due
camicette di cotone bianco - e biancheria da letto e biancheria intima lise
e usurate dai lavaggi. Le erano stati assegnati asciugamani, calzettoni, scarpe,
galosce. Un impermeabile e un cappotto leggero di lana. Norma Jeane aveva
attirato una ventata di attenzione, ma di un'attenzione carica di minaccia, quel
terribile giorno quando era entrata nel dormitorio con la assistente della Dottoressa
Mittelstadt che reggeva le valigie di Gladys in tutta la loro apparente
eleganza (purch non le si guardasse troppo da vicino), ricolme di capi di vestiario
strani e vezzosi, abiti di seta, uno scamiciato, una gonna di taffet rosso,
un cappellino scozzese e una mantella scozzese bordata di raso, guantini bianchi
e lustre scarpe di vernice, e altra roba raccolta alla rinfusa e poi stipata nelle
valigie nella sua colpevole foga dalla donna che aveva chiesto a Norma Jeane
di chiamarla Zia Jess, e nel volgere di pochi giorni la maggior parte di quei
capi, nonostante puzzassero di fumo, venne rubata alla nuova orfana, trafugata
persino da quelle bambine che avevano mostrato di apprezzare Norma Jeane e
che, col tempo, le sarebbero divenute amiche. (Come le aveva pragmaticamente
spiegato Fleece, l all'orfanotrofio vigeva la legge dell'ognuno per s.) Ma
la bambola di Norma Jeane non la voleva nessuno. Nessuno le aveva rubato la
sua bambola senza nome, calva, nuda e sudicia, con gli attoniti occhi di vetro
blu e la bocca di rosa paralizzati in un'espressione di sgomenta civetteria; quel
mostro (come la chiamava Fleece, ma non sgarbatamente) con cui Norma
Jeane dormiva tutte le notti e che durante il giorno nascondeva sotto il materasso
come un frammento della sua anima assetata, incurante dello scherno e delle risate che suscitava.
Aspettiamo Sorcio! - cos diceva Fleece alle altre, e pazientemente aspettavano
Norma Jeane, la pi piccola d'anni e di statura, e la pi timida del loro
gruppo. Forza, Sorcio, smuovi il tuo culetto d'oro. Fleece dalle lunghe gambe,
Fleece dal labbro sfregiato, Fleece dai folti capelli neri, dalla spessa pelle
olivastra, dagli inquieti occhi verdi; aveva preso in simpatia Norma Jeane forse
per piet o forse per bisogno di sfogare il proprio brusco affetto di sorella maggiore,
visto che Norma Jeane doveva ricordarle la perduta sorellina minore il
cui cervello era finito atrocemente spiaccicato sul muro come polpa di cocomero.
Fleece fu la prima protettrice di Norma Jeane l all'orfanotrofio, e, insieme
a Debra Mae, l'amica che Norma Jeane avrebbe sempre ricordato con
pi emozione, con una sorta di passione angosciata, giacch con Fleece non si
sapeva mai come potesse reagire, non si sapeva mai quali crudeli e volgari parole
potessero uscire dalle sue labbra, n se alla fine di una frase, a mo' di punto
esclamativo, le sue mani leste come quelle di un pugile sarebbero scattate
per carezzare o per schiaffeggiare. Giacch quando Fleece era finalmente riuscita
a spremere da Norma Jeane un paio di parole stente e balbettate, e a ottenerne
uno slancio di confidenza - Io non sono orfana, mia m-madre  in
ospedale, io ho una madre e ho pure un p-padre, mio padre abita in una grande
villa a Beverly Hills - Fleece le aveva riso in faccia e le aveva affibbiato un
pizzicotto sul braccio, talmente forte che la sua impronta rossa si sarebbe stagliata
per ore sulla pelle pallida di Norma Jeane, simile al segno di un bacio famelico.
Stronzate! Bugiarda! Tua madre e tuo padre sono morti, morti come
tutti. Tutti sono morti.
...
.
...
I PORTATORI DI DONI.
...
.
...
La notte prima della notte prima di Natale essi giunsero.
Portando doni per gli orfani della Casa dell'Orfano. Portando due dozzine
di tacchini ripieni per il pranzo di Natale e uno spettacolare albero di Natale
alto cinque metri che venne drizzato dagli elfi di Babbo Natale nel parlatorio
della Casa. Un albero altissimo, fantasmagorico, luminoso, vivo; carico di profumo
di boschi lontani, intenso profumo di buio e mistero; luccicante di decorazioni
di vetro colorato, sormontato da un radioso angelo biondo con gli
occhi levati al cielo e le mani giunte in preghiera. E, sotto quell'albero fiabesco,
montagne di gai pacchetti rossi con dentro i regali.
Il tutto in un mirabolante sfavillio di luci. In un mirabolante fragore di
canti natalizi diffusi dagli altoparlanti di un furgone parcheggiato nel vialetto
di accesso alla Casa: Silent Night, We Three Kings, Deck th Halls. Musica tanto
improvvisa e potente da farti battere pi forte il cuore.
I bambini pi grandi gi sapevano, avendone beneficiato in occasione dei
Natali precedenti. I pi piccoli e i nuovi erano sbalorditi, sgomenti.
Calmi! calmi! restate in fila! energicamente e in fila per due i bambini vennero
fatti defluire dalla sala da pranzo, dove, senza alcuna spiegazione, erano
stati trattenuti per pi di un'ora dopo la cena. Eppure non sembrava un'esercitazione
antincendio, ed era troppo tardi per una ricreazione in cortile. Norma
Jeane, incalzata dai bambini dietro di lei, era sbalestrata - cosa stava capitando?
chi c'era? - finch, su una pedana collocata per l'occasione in fondo al
parlatorio, vide qualcosa che la sbalord: il bel Principe bruno e la bella Principessa bionda!
L, nella Casa dell'Orfano a Los Angeles!
Sul momento credetti che fossero venuti per me. Solo per me.
Ed ecco un clamore di voci, di voci amplificate, e di risate, e di canti natalizi
talmente incalzanti da farti accelerare il respiro gi solo per tenergli dietro. E
tutt'attorno un frenetico sciabolare di fasci luminosi, poich c'era una troupe
televisiva che avrebbe registrato l'elargizione dei doni da parte della coppia regale,
e in pi c'erano i fotografi, che sgomitavano per immortalare la scena dai
posti migliori. Ed ecco la corpulenta direttrice della Casa, la Dottoressa Edith
Mittelstadt, accettare un certificato natalizio dalle mani del Principe e della
Principessa, volto rosso per l'emozione investito dai lampi dei fotografi e
contratto in un sorriso impacciato, un sorriso non rodato, laddove invece il Principe
e la Principessa, accanto alla direttrice, sfoggiavano i loro sgargianti sorrisi
rodati, talmente belli da metterti voglia di guardarli e guardarli e non smettere
mai di guardarli. Salve, bambini! Buon Natale, bambini! grid il Principe
Misterioso levando in alto come un prete benedicente le mani guantate di
bianco, e la Principessa Buona grid: Buon Natale, bambini adorati! Noi vi
vogliamo bene.. Quasi fossero vere, quelle parole suscitarono uno scoppio di
felicit, una cascata di adorazione.
Quanto le erano familiari il Principe Misterioso e la Principessa Buona! -
e tuttavia Norma Jeane non riusciva a identificarli. Il Principe Misterioso era un
misto tra Ronald Colman, John Gilbert e Douglas Fairbanks jr. - ma non era
nessuno dei tre. La Principessa Buona somigliava a Dixie Lee, a Joan Blondell,
a una Ginger Rogers pi formosa - ma non era nessuna delle tre. Il Principe
era in smoking, con una sciarpa di seta bianca intorno al collo e un ramoscello
di vischio infilato all'occhiello; sulla nera chioma imbrillantinata calzava un
buffo copricapo da Babbo Natale, in velluto rosso guarnito di soffice pelliccia
bianca. Su, bambini: venite a prendere i vostri regali. Non siate timidi! (Il
Principe Misterioso voleva forse scherzare? Giacch i bambini, specialmente
i pi grandi, che sgomitavano per ricevere i doni prima che la provvista finisse,
erano tutt'altro che timidi.) S, venite avanti! Cari bambini, benvenuti! Che
Dio vi benedica. (La Principessa Buona era forse sul punto di piangere? In
quegli occhi bistrati balenava un luccicore di improvvisa sincerit, e il suo lucido
sorriso vermiglio continuava a incrinarsi e a sgroppare come una creatura
dotata di bizzosa vita propria.) La Principessa indossava uno splendido abito
di taffet rosso, ampio di gonna e stretto in vita, con un corpetto tempestato
di strass che le aderiva come un guanto al petto florido; sulla voluminosa chioma
bionda troneggiava un diadema - un diadema di brillanti? per un'occasione
simile, alla Casa dell'Orfano? Il Principe calzava guanti bianchi corti, la
Principessa guanti bianchi lunghi fino al gomito. In cerchio attorno alla coppia
regale c'erano gli elfi di Babbo Natale, alcuni con basette bianche posticce
e folte sopracciglia anch'esse bianche e posticce, ed erano loro a passare in un
flusso continuo i regali alla coppia regale, prendendoli da dietro l'albero di
Natale; era incredibile, era quasi magico come il Principe e la Principessa riuscissero
a materializzare dal nulla i regali, quasi senza guardarli n tantomeno chinandosi a prenderli.
L'atmosfera nel parlatorio era lieta ma febbrile. Le musiche natalizie rimbombavano;
dal microfono del Principe partivano scariche elettrostatiche che
sembravano infastidirlo. Oltre ai regali, il Principe e la Principessa distribuivano
stecche candite e mele stregate, dolciumi la cui provvista cominciava a scarseggiare.
Girava voce che l'anno prima i doni non fossero bastati per tutti i
piccoli ospiti della Casa, da cui l'incalzare turbolento degli orfani pi grandi.
Restate infila! Restate in fila! Le assistenti, tutte col camice lindo, strattonavano
fuori dalla fila i pi intemperanti, e con vigorosi scapaccioni e qualche pedata
li spedivano su per le scale nei rispettivi dormitori; per fortuna la coppia regale
non se ne accorgeva, n se ne accorgevano i fotografi e quelli della troupe televisiva
- o se se ne accorgevano facevano finta di nulla: se non  nel fascio del riflettore non esiste.
Finalmente venne il turno di Norma Jeane! Era nella fila di quelli che ricevevano
il regalo dalle mani del Principe Misterioso, che, da vicino, sembrava
pi vecchio che da lontano, con una strana pelle rubiconda e priva di pori, come
quella della bambola di Norma Jeane ai tempi del suo splendore; le labbra
sembravano rosse di rossetto, e gli occhi sembravano bistrati come quelli della
Principessa. Ma Norma Jeane, improvvisamente catapultata nel cuore dell'eccitazione,
un rombo incessante nelle orecchie, il gomito di qualcuno piantato
in mezzo alla schiena, non ebbe tempo di concentrarsi sull'aspetto del Principe;
lev timidamente le mani per ricevere il dono, e il Principe Misterioso
grid: Come sei bella, piccolina! Vieni qua, angioletto! e, prima che Norma
Jeane capisse cos'era successo, come in una delle fiabe di Nonna Della, il Principe
l'aveva presa per le mani e issata sulla pedana, accanto a lui! L le luci erano
veramente accecanti; non si riusciva a vedere quasi nulla; la sala gremita di
bambini era poco pi di una macchia, una nebbia smossa. Con un burlesco
inchino galante, il Principe porse a Norma Jeane la stecca candita e la mela
stregata, entrambi terribilmente appiccicosi, e con essi uno dei pacchetti rossi,
per poi, sfoggiando il suo sorriso perfettamente rodato, farla voltare in favore
delle macchine fotografiche. Buon Natale, tesoruccio! Buon Natale da Babbo
Natale! La sgomenta Norma Jeane, bimba di nove anni, dovette fare un'espressione
ben buffa, poich i fotografi, che erano tutti maschi, scoppiarono a
ridere; uno di essi le grid: Resta cos, dolcezza! e, flash!flash! flash!, un fulmineo
crepitio di lampi, e Norma Jeane, accecata e colta di sorpresa, non ebbe
modo di sorridere ai fotografi (per Variety, il Los Angeles Times, Screen
World, Photoplay, Parade, Pageant, Pix, la Associated Press) come
avrebbe potuto sorridere, come sapeva sorridere quando guardava la sua Amica
Magica nello specchio, decine di modi speciali di sorridere, modi segreti,
ma adesso l'Amica-nello-Specchio l'aveva abbandonata lasciando che Norma
Jeane venisse colta di sorpresa e giurai che mai pi mi sarei lasciata cogliere di
sorpresa. E dopo quel breve istante di gloria venne fatta scendere dalla pedana,
e di colpo torn a essere un'orfana, una delle pi piccole, piccola d'et e di statura,
e un'assistente la invit bruscamente a raggiungere la fila di orfani che si snodava su per le scale verso i dormitori.
Gi scartavano i loro regali di Natale, lasciandosi dietro una sgargiante scia di brandelli di carta da regalo.
Era un animale, un balocco di panno, adatto a un bimbo di due, tre o al massimo
quattro anni; Norma Jeane aveva nove anni eppure la tigre del Bengala
le piacque molto - grande quanto un micino, fatta d'un materiale soffice che
ti faceva venir voglia di strofinarla sul viso, voglia di abbracciarla, abbracciarla,
abbracciarla nel letto, con quegli occhiuzzi gialli e il buffo naso schiacciato e i
baffi elastici che facevano il solletico e le strisce nere-e-gialle e una coda curva
con dentro il fil di ferro e che si poteva modellare in alto, in basso, a punto di domanda.
La mia tigre! Il regalo di Natale fattomi dal Principe.
La stecca candita e la mela stregata vennero rubate a Norma Jeane da qualche
altra bambina l nel dormitorio. Divorate a morsi famelici.
Non le importava: il regalo cui teneva era la tigre.
Ma anche la tigre spar, dopo pochi giorni.
Si era premurata di nasconderla sotto il materasso, verso il centro della rete,
eppure un giorno, tornata nel dormitorio dopo aver fatto le pulizie insieme alle
altre, vide il materasso all'aria, e la tigre sparita. (La bambola no, quella non
l'avevano toccata.) In giro per la Casa c'era una gran quantit di tigri - cos
come di panda, conigli, cani, bambole - doni destinati agli orfanelli pi piccoli,mentre i pi grandi avevano ricevuto penne, astucci, quaderni, ma anche se Norma Jeane fosse riuscita a individuare la propria tigre non avrebbe osato
sottrarla alla nuova proprietaria, n si sarebbe sognata di rubarla come l'avevano rubata a lei.
Perch far soffrire un'altra persona? Gi basta la tua, di sofferenza.
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L'ORFANA.
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E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recher loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno.
Vangelo secondo Marco, 16, 17-18
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L'Amore Divino ha sempre esaudito e sempre esaudir tutte le esigenze dell'uomo.
Mary Baker Eddy. Scienza e salute nella chiave della Scrittura.
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1.
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Norma Jeane, tua madre ha chiesto ancora un giorno per riflettere.
Ancora un giorno! Ma la Dottoressa Mittelstadt aveva parlato con tono fiducioso.
Non era una donna incline al dubbio, alla debolezza, all'ansia; in sua
presenza bisognava mostrarsi ottimisti, bisognava bandire i pensieri negativi.
Norma Jeane sorrise mentre la Dottoressa Mittelstadt le raccontava di aver
parlato con il primario di Norwalk e di aver saputo che Mrs. Mortensen non
era pi ossessionata dal desiderio di vendetta come prima; stavolta, la terza
volta che Norma Jeane veniva proposta per l'adozione, c'era qualche speranza
che Mrs. Mortensen si comportasse ragionevolmente e accordasse il permesso.
Perch ovviamente sappiamo tutti che tua madre ti vuole bene, tesoro, e che
volendoti bene vuole il tuo bene. Anche lei, come tutti noi, vuole che tu sia
felice. La Dottoressa Mittelstadt tacque e sospir, poi, con un fremito di impazienza,
disse ci che era ansiosa di dire: Allora, bambina mia, vogliamo pregare insieme?.
La Dottoressa Mittelstadt era una devota Scientista, ma dispensava il
proprio credo soltanto alle sue predilette, e lo faceva comunque con molta
delicatezza, come si potrebbero offrire bocconi di cibo a delle creature affamate.
Quattro mesi prima, in occasione dell'undicesimo compleanno di Norma
Jeane, la Dottoressa Mittelstadt l'aveva convocata in ufficio e le aveva regalato
una copia di Scienza e salute nella chiave della Scrittura di Mary Baker Eddy.
Sulla prima pagina bianca c'era scritto, nella perfetta calligrafia della Dottoressa Mittelstadt:
A Norma Jeane per il suo compleanno!
Anche se camminer nella Valle tra le Ombre della Morte, non temer alcun Male. Salmi, 23, 4 (11, 4).
Questo grande libro della saggezza cambier la tua vita cos come ha cambiato la mia!
Dottoressa Edith Mittelstadt
1 giugno 1937
Ogni sera Norma Jeane lo leggeva prima di addormentarsi, e ogni sera si ripeteva
a mezza voce quella dedica. Le voglio bene, Dottoressa Mittelstadt. L'avrebbe
sempre considerato il primo vero regalo della sua vita. E di quel compleanno,
cio del suo giorno pi bello da quando aveva messo piede nell'orfanotrofio.
E adesso, figliola, preghiamo affinch tua madre decida saggiamente. E affinch
il Padre che  nei Cieli ci dia la forza di accettare la sua decisione, qualunque essa sia.
Norma Jeane si inginocchi sul tappeto. La Dottoressa Mittelstadt, che soffriva
di artrite, rimase seduta alla scrivania, testa china e mani giunte in fervida
preghiera. Aveva solo cinquant'anni, eppure a Norma Jeane faceva venire in
mente Nonna Della: quelle carni di donna cos misteriosamente enfie e informi
tranne dove la morsa del busto imponeva loro la propria sagoma, quell'immenso
petto in rovina, quel cordiale faccione imbellettato, quei capelli grigi, quell'affiorare
di vene varicose nonostante lo spessore delle calze. Ma anche quegli occhi
colmi di tenerezza e di speranza. Ti voglio bene, Norma Jeane. Come a una figlia.
Aveva sussurrato quelle parole? No, non l'aveva fatto.
Aveva abbracciato Norma Jeane e l'aveva baciata? No, non l'aveva fatto.
La Dottoressa Mittelstadt si sporse in avanti sulla seggiola scricchiolante,
per accompagnare Norma Jeane in quella speciale preghiera della Christian
Science che era il suo grande regalo alla bambina cos com'era stato il grande
regalo di Dio a lei stessa.
Padre Nostro che sei nei cieli,
Padre-Madre Dio tutto armonia,
Sia benedetto il Tuo nome.
Nome che adoriamo.
Venga il Tuo regno.
Il tuo regno  venuto, Tu sei sempre con noi.
Sia fatta la tua volont come in Cielo cos in Terra.
Consentici di intendere - come in cielo, cos in terra, l'onnipotenza di Dio, la supremazia di Dio.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
Dacci oggi la grazia; nutri le fedi deboli.
Rimetti a noi i nostri debiti cos come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
E l'Amore generi amore.
Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male;
Dio non ci induca in tentazione ma ci liberi dal peccato, dalla malattia e dalla morte.
Perch Tuo  il regno, Tua la potenza e la gloria nei secoli dei secoli.
Perch Dio  infinito  onnipotente,  Vita e Verit e Amore sopra ogni cosa e per sempre. Amen!
Norma Jeane os sussurrare, in un'eco quasi impercettibile: Amen.
...
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2.
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Dove vai quando scompari?
E dovunque tu vada quando scompari, sei sola?
Tre giorni ad aspettare che Gladys Mortensen prendesse la sua decisione. Se
permettere o no l'adozione della figlia. Giorni simili a ore, e ore a minuti trascorsi
trattenendo il fiato.
Mary Baker Eddy, Norma Jeane Baker. Oh, ma quello era un segno del destino!
Fleece e Debra Mae, comprendendo l'ansia di Norma Jeane, le lessero il futuro
sul loro mazzo di carte rubato.
L alla Casa era permesso giocare a gin rummy e a scala quaranta ma non a
poker e a euchre, che erano giochi da uomini, giochi d'azzardo, e non era permesso
neanche leggere le carte, poich si trattava di magia e pertanto di offesa
a Cristo. Sicch la lettura del futuro di Norma Jeane si svolse dopo che l'assistente
ebbe spento le luci nel dormitorio, nell'emozione del buio e del proibito.
A dire il vero Norma Jeane non voleva che le amiche le leggessero il futuro,
perch temeva che le carte potessero interferire con le preghiere, e anche perch,
nell'eventualit che il futuro fosse brutto, preferiva non saperlo finch
non avesse potuto fare a meno di saperlo.
Ma Fleece e Debra Mae insistettero. Credevano molto pi nel potere magico
delle carte che in quello di Ges Cristo. Fleece mischi il mazzo, lo fece
tagliare a Debra Mae, e, dopo averlo ricomposto, dispose a una a una le carte
davanti a Norma Jeane, che aspettava col fiato sospeso: donna di quadri, sette
di cuori, asso di cuori, quattro di quadri - Visto? Sono tutte rosse, cio buone
notizie per il nostro Sorcio!
Fleece stava mentendo? Norma Jeane adorava la sua amica, che la prendeva
in giro e spesso la tormentava ma che nondimeno la proteggeva tanto l nella
Casa quanto a scuola, dove le pi piccole avevano bisogno di aiuto, per Norma
Jeane non si fidava di lei. Fleece vuole che io rimanga in questa prigione con
lei. Perch sa che lei non la adotter mai nessuno.
Era vero, triste ma vero. Nessuna coppia avrebbe mai adottato Fleece, n Janette,
n Jewell, n Linda, e nemmeno Debra Mae, che pure era una dodicenne
dal delizioso musetto lentigginoso e dai capelli rossi come fuoco - nessuna
di loro, poich non erano pi bambine piccole bens bambine grandi: bambine
troppo grandi, bambine con negli occhi quella luce, la luce di chi ha sofferto
per colpa degli adulti e non perdoner mai. Ma soprattutto erano semplicemente
troppo grandi. Avevano trascorso qualche mese in affidamento, ma
l'affidamento non aveva funzionato ed erano state rispedite all'orfanotrofio,
dove sarebbero rimaste fino ai sedici anni, l'et in cui le si supponeva grandi
abbastanza per poter badare a se stesse. All'orfanotrofio, avere pi di tre o
quattro anni significava essere vecchi. I genitori in cerca di figli da adottare volevano
neonati o al massimo bimbi ancora troppo piccoli per avere una personalit
ben definita, troppo piccoli per parlare e, quindi, troppo piccoli per avere
ricordi. In effetti era proprio un miracolo che qualcuno volesse adottare
Norma Jeane. Eppure da quando era affidata al Servizio Sociale era stata chiesta
in adozione gi da tre coppie. Gente che si era innamorata di lei, cos sostenevano,
e che era disposta a ignorare il fatto che avesse nove anni, e poi dieci,
e adesso undici; e che sua madre non fosse n defunta n ignota e che fosse ricoverata
all'ospedale psichiatrico di Norwalk, dove la diagnosi ufficiale era
schizofrenia paranoide cronica con probabile danno neurologico dovuto ad
abuso di alcol e farmaci (poich tali dati, se richiesti, venivano forniti ai potenziali
genitori adottivi).
Sembrava un miracolo. Sempre che non si avesse la possibilit di assistere,
come faceva il personale della Casa, alla trasformazione di Norma Jeane appena
metteva piede in parlatorio! Per quanto mogia e triste fosse stata fino a un
minuto prima, quando c'erano visite importanti Norma Jeane si accendeva,
proprio come una lampadina. Quel faccino dolce, quel musetto di luna piena,
e quei vivaci occhi blu, e quel sorriso timido e quei modi garbati che la
facevano somigliare a una Shirley Temple pi remissiva -  proprio un angelo!
In quegli occhi c'era una preghiera: Amatemi! Io gi vi amo.
I primi due coniugi che si erano candidati per l'adozione di Norma Jeane
erano di Burbank, dove possedevano mille acri di terreno agricolo; si erano innamorati
di quella bambina, dicevano, perch era identica alla povera Cynthia
Rose, la figlia che a otto anni gli era morta di poliomielite. (Avevano mostrato
a Norma Jeane la foto di Cynthia Rose, e Norma Jeane aveva finito per credere
di poter esser lei quella bambina, chiss, forse era possibile; se fosse andata a
stare con quei due signori, il suo nome sarebbe diventato Cynthia Rose, e l'idea
le piaceva un sacco! Cynthia Rose era un nome magico.) I due avrebbero
voluto una bambina piccola, ma appena avevano visto Norma Jeane era stato
come vedere Cynthia Rose rinata, un miracolo! Per da Norwalk era arrivata
la notizia che Gladys Mortensen non voleva firmare i documenti per autorizzare
l'adozione della figlia. La notizia aveva spezzato il cuore dei due coniugi
di Burbank, come se ci avessero strappato un'altra volta la nostra povera
Cynthia, ma non c'era stato niente da fare.
Norma Jeane aveva pianto, era andata a nascondersi e aveva pianto. Voleva
tanto diventare Cynthia Rose! E vivere in una tenuta di mille acri in un posto
che si chiamava Burbank e con una madre e un padre che le volevano bene.
La seconda coppia veniva da Torrance. Sostenevano di essere decisamente
benestanti nonostante la grave crisi economica che affliggeva la nazione, lui
era concessionario della Ford, avevano una barca di figli - cinque maschietti! -
ma la moglie voleva a tutti i costi una femminuccia. Anche loro avrebbero voluto
una bambina piccola, ma quando la moglie aveva visto Norma Jeane aveva
capito subito che era quella giusta:  proprio un angioletto! La donna voleva
che Norma Jeane la chiamasse Mamita - significava forse mamma in
spagnolo? - e Norma Jeane la accontent. Per lei gi solo il suono di quella
parola era magico: Mamita! Adesso avr una mamma vera. Mamita! Norma
Jeane adorava quella quarantenne grassoccia che la voleva perch, come si era
affrettata a spiegarle, si sentiva sola in quella casa che pullulava di maschi; aveva
la faccia rugosa e arsa dal sole ma illuminata da un bel sorriso radioso e pieno
di speranza, identico a quello di Norma Jeane; quando andava a trovarla la
riempiva di carezze e di regali, una volta le regal un fazzoletto con le iniziali
NJ ricamate nell'angolo, un'altra volta una scatola di matite colorate, e poi
monetine, e cioccolatini deliziosi che Norma Jeane non vedeva l'ora di spartire
con Fleece e le altre amichette, per addolcire la loro invidia.
Ma Gladys Mortensen aveva impedito anche quell'adozione, nella primavera
del 1936. Non personalmente, bens tramite un funzionario dell'ospedale di
Norwalk - il quale aveva spiegato alla Dottoressa Mittelstadt che Mrs.
Mortensen era molto malata e soffriva di allucinazioni, l'ultima delle quali riguardava
un'invasione di marziani che volevano rapire tutti i bambini della Terra e portarli
su Marte; e prima c'era stata quella dove il rapitore era il padre della bambina
e voleva portarla con s in un luogo segreto dove lei, la vera madre, non
potesse mai pi vederla. L'unica identit di Mrs. Mortensen  quella di madre
di Norma Jeane, e la poverina non  ancora abbastanza forte da rinunciarci.
E daccapo Norma Jeane era scappata a nascondersi per piangere! Ma stavolta
la delusione era stata ben peggiore della prima. Ormai aveva dieci anni, era
abbastanza grande da provare amarezza, e rabbia, amarezza e rabbia per
l'ingiustizia del destino. Era stata privata di Mamita, che le voleva bene, Mamita
le era stata tolta da quella donna crudele e fredda che non le aveva mai permesso
di chiamarla Mammina. Non aveva voluto essermi madre. Eppure non voleva
che avessi una vera madre. Non voleva che avessi una madre, un padre, una
famiglia, una vera casa.
C'era una strada segreta che permetteva di sgattaiolare sul tetto dell'orfanotrofio
passando dal bagno delle bambine, al terzo piano, e di nascondersi dietro
un comignolo nero di fuliggine. Di notte la luce intermittente dell'antenna
della RKO investiva in pieno quel nascondiglio segreto; te la sentivi pulsare
sulle mani tese e sulle palpebre chiuse. Una Fleece ansimante sbuc sul tetto e
corse a stringere Norma Jeane tra le braccia nerborute e forti come quelle di
un maschio. Fleece, l'odore delle cui ascelle era impossibile da ignorare, Fleece,
i cui bruschi modi di consolare sembravano quelli di un grosso cane goffo.
Norma Jeane scoppi in un pianto dirotto. Vorrei che fosse morta! La odio."
Fleece sfreg il proprio viso contro quello di Norma Jeane. Hai ragione.
Anch'io odio quella stronza.
Quella notte non avevano forse progettato di scappare in autostop fino a
Norwalk per incendiare l'ospedale? O Norma Jeane ricordava male? Forse era
un sogno. Un sogno molto vivido: le fiamme, le urla, la donna che correva nuda,
i suoi occhi folli ma coscienti. Quelle urla! Mi tappai le orecchie con le mani.
Chiusi gli occhi.
Anni dopo, recatasi a far visita a Gladys a Norwalk e parlando con la capoinfermiera, Norma Jeane avrebbe appreso che nella primavera del 1936 Gladys aveva tentato di suicidarsi straziandosi i polsi e la gola a colpi di forcine e che aveva perso litri e litri di sangue prima che un'infermiera la scoprisse nel locale caldaie dell'ospedale.
...
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...
3.
...
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...
11 ottobre 1937.
Cara Mamma,
Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei - Nessuno - anche tu?
Allora siamo in due!
Tientelo per te! altrimenti lo sai che ci cacciano!
Questa  la poesia che preferisco di quelle nel tuo libro, te lo ricordi? Zia Jesse
me l'ha portato e io lo leggo sempre e penso a te che mi leggevi le poesie, mi
piacevano un sacco.
Quando le leggo penso sempre a te, Mamma.
Come stai? Ti penso sempre e spero che stai meglio. Io sto bene e sono sicura
che non ci crederesti quanto sono diventata alta! Ho molte amiche qui alla
Casa e anche a scuola, che  la Hurst Elementary. Sono in sesta e nella mia
classe sono tra le alunne pi alte. Qui alla Casa la Direttrice  molto buona e
anche le assistenti sono buone. Certe volte sono severe ma  necessario perch
noi siamo proprio tante. Andiamo in chiesa e io canto nel coro. Sono ancora
stonata ma forse sono migliorata un po'! Certe volte Zia Jess viene a trovarmi e
mi porta al cinema e per me studiare  un po' difficile, specialmente
l'arimmetica per anche divertente. Ho tutti sei tranne in arimmetica, mi vergogno a
dirti quanto ho in arimmetica. Anche Mr. Pearce  venuto a farmi visita.
Ho conosciuto una coppia simpatica, si chiamano Mr. e Mrs. Mount e abitano
a Pasadena dove Mr. Mount fa l'avvocato e Mrs. Mount ha un enorme
giardino pieno specialmente di rose. Certe domeniche mi portano in gita e
una volta siamo andati a vedere la casa dove abitano,  molto grande e c' persino
un laghetto. Mr. e Mrs. Mount hanno fatto domanda per farmi diventare
la loro figlia e andare a stare con loro. Sperano che tu dirai di s e anche io lo spero, molto.
Norma Jeane non sapeva cos'altro scrivere a Gladys. Timidamente, aspettandosi
chiss quante critiche, mostr la lettera alla Dottoressa Mittelstadt, ma la
Dottoressa Mittelstadt le fece i complimenti e disse che era una lettera molto
ben fatta, c'erano soltanto un paio di errori che lei stessa avrebbe corretto, e
soprattutto le sembrava giusto concluderla con una preghiera.
Sicch Norma Jeane aggiunse:
Mamma io prego per te e per me sperando che tu vorrai dare il permesso
per farmi adottare. Ti ringrazier dal pi profondo del mio cuore e pregher
che Dio ti benedica per sempre Amen.
La tua affezionatissima figlia Norma Jeane
Dopo dodici giorni giunse la risposta, la prima e ultima lettera che Gladys
Mortensen avrebbe scritto a Norma Jeane in orfanotrofio. Carta gialla sgualcita,
sghembe righe fitte di grafia tremolante, simili a una processione di formiche barcollanti:
Cara Norma Jeane, non riesco a credere che tu non provi vergogna per le tue parole agli occhi del Mondo,
Ho ricevuto la tua lurida lettera e finch sar viva e capace di combattere
non permetter quest'insulto che mia Figlia venga adottata! Come pu venire
adottata mia Figlia - ha gi una MADRE che  viva e presto sar guarita
e forte abbastanza per portarla di nuovo a casa.
Perci piantala di insultarmi con queste richieste perch mi fanno male e
mi feriscono. Non so che farmene del tuo sporco Dio, delle sue benedizioni
o delle sue maledizioni che sai dove me le caccio! Ho ancora dove
cacciarmele e una mano per cacciarmele l dietro! Prender un Avvocato perci
sappi che quello che  mio me lo terr fino alla Morte.
La tua affezionatissima madre SAI BENE CHI
...
.
...
LA MALEDIZIONE.
...
.
...
Guarda l che culo quella biondina!
Sentendolo, s, sentendolo benissimo, eppure arrossita e sdegnata non sentendolo.
Sulla El Centro Avenue al ritorno da scuola e verso l'orfanotrofio. In
scamiciato blu (ristrettosi di colpo sui fianchi e sul petto - di colpo, nel giro di
una notte, cos sembrava) e camicetta bianca e calzette bianche. A dodici anni.
Ma dentro di s otto o al massimo nove, come se la crescita, quella vera, fosse
ancora ferma al momento della fuga dalla stanza di Gladys per correre in cerca
di aiuto, nuda e urlante. Alla fuga da quell'acqua bollente e da quel letto destinato
a diventare la sua pira funebre.
Vergogna, vergogna!
Era giunto il giorno. La seconda settimana di settembre, appena entrata alle
medie. Incredula, bench non del tutto impreparata all'evento. Non era forse
da un pezzo che sentiva le sue amiche pi grandi parlarne e i compagni di
scuola farne oggetto di battute volgari? Non era forse da un pezzo che provava
quel misto di repulsione e fascino davanti agli assorbenti sporchi di sangue e
avvolti nella carta igienica, anche se non sempre avvolti nella carta igienica,
che vedeva nei cestini della spazzatura nel bagno delle ragazze?
Non era forse da un pezzo che, quando toccava a lei portare dabbasso quei
cestini per svuotarli nei bidoni sul retro della Casa, ne riconosceva il nauseabondo lezzo di sangue marcio?
Dalla maledizione del sangue(3) amava ripetere Fleece con una smorfia torva non c' modo di sfuggire.
Ma dentro di s Norma Jeane si rallegrava della propria consapevolezza. Invece il modo c' eccome!
Con le sue amiche l alla Casa o a scuola (perch a scuola Norma Jeane aveva
amiche che vivevano in case vere, amiche con tanto di famiglia) non parlava
mai del modo, cio il modo della Christian Science rivelatole da Edith
Mittelstadt. Cio che Dio  Mente, e la Mente  tutto, e la mera materia non esiste.
Che Dio ci guarisce per mano di Ges Cristo. Per soltanto se crediamo profondamente in Lui.
Eppure ecco che in quel giorno di met settembre, durante l'ora di ginnastica,
d'improvviso aveva sentito uno strano dolore sordo, un dolore all'addome,
mentre in tuta ginnica giocava a pallavolo - Norma Jeane era una delle
pi alte della classe, una delle atlete migliori nonostante qualche momento di
distrazione, qualche momento di impaccio, quando proprio sul pi bello
mancava la palla e allora le compagne di squadra la coprivano di improperi,
dicevano che di Norma Jeane non ci si poteva fidare, e con quanta foga lei cercava
di respingere quell'accusa, con quanta determinazione! - e dunque quel
pomeriggio, nel caldo umido della palestra, aveva lasciato cadere la palla, stordita
da un improvviso mal di testa e dalla sensazione che un liquido caldo le
stesse inzuppando le mutandine; dopo, mentre negli spogliatoi si infilava sottoveste
e scamiciato, decise di ignorarlo, qualunque cosa fosse; era scandalizzata, offesa; non stava succedendo a lei.
Qualcosa non va, Norma Jeane?
Come? No, va tutto bene.
Hai l'aria come se..- la ragazza intendeva sorridere, intendeva esserle vicina,
e invece risult petulante, invadente - come se stessi male.
Sto benissimo. Tu, piuttosto, sei sicura di star bene?
Usc dallo spogliatoio fremendo per l'indignazione. Vergogna, vergogna! Ma in Dio non c' vergogna.
Affrettandosi verso l'orfanotrofio, evitando le compagne. Evitando il
gruppetto di amiche con cui era solita fare la strada fino all'orfanotrofio, con
Fleece e Debra Mae in testa, facendo in modo di restare sola, passi frettolosi
e cosce strette, una specie di andatura da papera, il cavallo delle mutandine
umido ma forse quella perdita rovente si era fermata le aveva ordinato di fermarsi!
si era rifiutata di cedere! occhi bassi sul marciapiede, orecchie impervie
ai fischi e alle battute dei maschi, studenti del liceo e talvolta anche pi grandi,
talvolta anche ventenni, a passeggio per la El Centro Avenue. Nor-ma
Jeane,  cos che ti chiami tesoro? Ehi, Nor-ma Jeane! Maledicendo quello
scamiciato fattosi di colpo cos attillato. Ripromettendosi di perdere qualche
chilo. Cinque chili! Mai si sarebbe lasciata ingrassare come certe ragazze della
sua classe, mai sarebbe diventata pesante come la Dottoressa Mittelstadt ma
la carne non  realt, Norma Jeane. La materia non  mente, e solo la mente  Dio.
Quando la Dottoressa Mittelstadt le aveva meticolosamente spiegato quella
verit, Norma Jeane aveva capito. Quando leggevano insieme il libro di Mrs.
Eddy, soprattutto la parte intitolata Preghiera, Norma Jeane capiva, anche se
soltanto fino a un certo punto. Ma quando invece era sola con se stessa i suoi
pensieri erano confusi come i pezzi di un puzzle sparsi sul pavimento. Un ordine
c'era senz'altro, ma... come trovarlo?
E adesso, quel pomeriggio, i pensieri le si affollavano nel cervello simili a
una cascata di schegge di vetro. Quello che le persone inconsapevoli chiamavano
mal di testa non era altro che un'illusione, una debolezza; eppure per quei
pochi ma infiniti isolati dalla scuola all'orfanotrofio si sent la testa pulsare con
una violenza tale da renderla quasi cieca.
Bramando un'aspirina. Solo un'aspirina.
L'infermiera dell'orfanotrofio non faceva problemi quando qualcuna di loro
si sentiva male e le chiedeva un'aspirina. Quando qualcuna di loro aveva le sue cose. 
Ma Norma Jeane si era imposta di non cedere.
Era una prova di fede, era una sfida. Ges Cristo non ha forse detto Il Padre
vostro conosce i vostri bisogni prima che voi chiediate?
Ricord disgustata come sua madre si divertisse a sminuzzarle un'aspirina
nel succo di frutta, quando Norma Jeane era una bambina di pochi anni. Oppure
uno o due cucchiai della sua acqua curativa - vodka, probabilmente.
Quando lei aveva s e no tre anni, ancora troppo piccola per potersi difendere
da quei veleni! Pillole, alcol. La Christian Science insegnava a ripudiare quelle
abitudini immonde. Un giorno avrebbe denunciato Gladys per aver messo a
repentaglio la salute di una bambina ignara e indifesa. Voleva avvelenare me come
avvelenava se stessa. Io non berr mai alcolici in vita mia, e non prender mai medicine.
A cena, spossata dalla fame eppure disgustata alla vista del cibo, riusc a tener
dentro solo qualche boccone di pane lentamente masticato e lentamente
inghiottito. E mentre sparecchiava rischi di lasciar cadere il vassoio pieno di
piatti e posate, salvata in extremis da un'amica prontamente accorsa. E poi gi
nel caldo soffocante della cucina, sotto lo sguardo accigliato della cuoca, gi a
raschiare pignatte e graticole bisunte, la pi disgustosa delle mansioni dopo
quella di pulire i cessi. Per dieci centesimi alla settimana.
Vergogna, vergogna! Ma un giorno trionferete sulla vergogna.
Quando infine sarebbe uscita dall'orfanotrofio per andare in affidamento
presso una famiglia che abitava a Van Nuys, nel novembre di quell'anno, il
1938, sul suo conto ci sarebbero stati 20,60 dollari di risparmi. Somma che
Edith Mittelstadt avrebbe raddoppiato, come regalo di congedo. Ricordaci con affetto, Norma Jeane.
Qualche volta s, qualche volta no. Un giorno avrebbe scritto la storia della
sua vita da orfana. Il suo orgoglio non si poteva comprare per cos poco.
Non avevo neanche un briciolo di orgoglio! N di vergogna! Per farmi contenta
bastava una parola gentile, o lo sguardo ammirato di un uomo. Il mio giovane
corpo cos estraneo a me stessa, cos simile a un bulbo che smania dalla voglia di
schizzar fuori dalla terra. Poich di sicuro Norma Jeane era ben consapevole
del proprio seno sempre pi florido e del generoso formarsi delle cosce, dei
fianchi, del culo - come sentiva chiamare con affetto e allegria quella parte
anatomica, specialmente se femminile. Che bel culo. Guarda che bel culo. Oddio
ragazzi. Chi  quella l? Hai visto che culo? Atterrita da quei cambiamenti nel
proprio corpo, poich a Gladys avrebbero fatto schifo; Gladys che era cos
snella e slanciata, Gladys che ammirava soprattutto le attrici slanciate e
femminili come Norma Talmadge, Greta Garbo, la giovane Joan Crawford e
Gloria Swanson, non le femmine prosperose tipo Mae West, Mae Murray,
Margaret Dumont. Non vedendo Norma Jeane da cos tanto tempo, Gladys
avrebbe sicuramente avuto da ridire sul suo esser cresciuta.
A Norma Jeane non venne da chiedersi che aspetto potesse avere Gladys
dopo tutti quegli anni di prigionia a Norwalk.
Dopo la lettera con cui aveva rifiutato di firmare il permesso di adozione,
Gladys non aveva pi scritto a Norma Jeane. E a sua volta Norma Jeane non le
aveva pi scritto, a parte i consueti biglietti di auguri per Natale e per il compleanno. (Senza ricevere niente in cambio! Ma Cristo insegna che  meglio dare che ricevere.)
Con le sue lacrime di rabbia, Norma Jeane, in genere cos docile e timida,
sbalord Edith Mittelstadt. Perch mai a quella madre crudele, a quella madre
malata, a quella crudele madre pazza e malata era permesso di rovinarle la vita?
Perch mai la legge era cos stupida da consentire che una donna rinchiusa in
ospedale psichiatrico, e che molto probabilmente non ne sarebbe mai pi uscita,
la tenesse in pugno? Era ingiusto, era sleale, era solo perch Gladys era gelosa
di Mr. e Mrs. Mount, e perch odiava lei. E avevo pure pregato, singhiozz
Norma Jeane. Avevo seguito il suo consiglio, Dottoressa Mittelstadt, avevo pregato e pregato e pregato.
Allora la Dottoressa Mittelstadt si rivolse a Norma Jeane con tono severo,
come avrebbe fatto con qualsiasi altro orfano affidato alle sue cure. Rimproverandola
per quell'emotivit cieca ed egoista; per l'incapacit di vedere, nonostante
avesse letto Scienza e salute, che la preghiera non pu cambiare la Scienza
di essere, pu solo aiutarci ad avere con essa un armonia migliore.
E allora, si infuri silenziosamente Norma Jeane, a cosa diavolo serve la preghiera?
So che sei dispiaciuta, Norma Jeane, e che soffri molto, disse sospirando
Edith Mittelstadt. Anch'io sono dispiaciuta. I Mount sono persone ammodo
- buoni Cristiani, anche se non Scientisti - e ti vogliono molto bene. Ma tu
devi renderti conto che tua madre ha la mente ancora annebbiata. Le persone
"moderne" come tua madre sono in realt persone "nevrotiche", cio si ammalano
perch non riescono a guarire dalla malattia dei pensieri negativi. Tu invece
hai la fortuna di poter scacciare i pensieri negativi, e in ogni istante della tua
preziosa vita dovresti ringraziare Dio per averti permesso di essere.
Non sapeva che farsene di quello sporco Dio, delle sue benedizioni o maledizioni.
Eppure si asciugava gli occhi, eppure annuiva mentre la Dottoressa
Mittelstadt parlava in maniera cos persuasiva. S! Era proprio cos.
La voce vigorosa e tuttavia intima della Direttrice. Il suo sguardo penetrante.
I suoi occhi che traboccavano d'anima. Era quasi impossibile notare
quant'era rugoso e vizzo e stanco il suo viso; eppure, guardando da vicino,
lo si notava, cos come si notavano i peluzzi che sbucavano dal mento, e le
macchie di fegato su quelle braccia flaccide che la Dottoressa Mittelstadt
non si curava di nascondere con le maniche lunghe o con i cosmetici come
per vanit avrebbero fatto tante altre donne. Norma Jeane registr con occhio
cinematografico tutte quelle inquietanti imperfezioni. Poich nella logica
del cinema l'estetica ha l'autorit dell'etica: non essere belli  triste, ma
non esserlo di proposito  immorale. Se Gladys si fosse trovata davanti la
Dottoressa Mittelstadt sarebbe inorridita. Gladys le avrebbe fatto smorfie di
disgusto dietro la schiena - e come sembrava immensa quella schiena, rivestita
dalla consueta vela di panno blu chiaro. Ma Norma Jeane ammirava la
Dottoressa Mittelstadt.  forte. Non le interessa quello che pensa la gente. E perch dovrebbe?
La Dottoressa Mittelstadt stava dicendo: Anch'io mi ero illusa. Mi avevano
illuso quelli dell'ospedale di Norwalk. Ma non  colpa di nessuno. E comunque,
Norma Jeane, ti daremo in affidamento a una delle nostre famiglie di
Scientisti; per quello non c' bisogno del permesso di tua madre. Ti trover
una famiglia che ti piacer, tesoro; te lo prometto.
Qualunque famiglia. Una famiglia qualsiasi.
Norma Jeane sussurr un Grazie, Dottoressa Mittelstadt.
E si asciugava gli occhi arrossati con il fazzoletto offertole dalla Direttrice.
Sembrava essersi fatta pi piccola, Norma Jeane; tornata docile, tornata alla
sua voce da bambina, alla sua condizione di bambina. La Dottoressa
Mittelstadt disse: Entro il prossimo Natale, Norma Jeane! Te lo prometto, con l'aiuto di Dio.
Baloccandosi daccapo con l'idea che non poteva essere una coincidenza il fatto
che il primo cognome di Mary Baker Eddy fosse Baker, e che l'unico cognome
di Norma Jeane fosse Baker.
A scuola Norma Jeane cerc MARY BAKER EDDY sull'enciclopedia e apprese
che la fondatrice della Christian Science era nata nel 1821 e morta nel 1910.
Non in California, ma quello contava poco: grazie agli aerei e ai treni ormai la
gente viaggiava in continuazione. Il Baker primo marito di Gladys era scomparso
dalla vita di Gladys ed era possibile - probabile? - che fosse imparentato
con Mrs. Eddy, perch altrimenti non si spiegava come mai Mrs. Eddy avesse
Baker come primo cognome, tranne che lei stessa non fosse in qualche modo una Baker.
Nell'universo di Dio, come nei puzzle, non esistono coincidenze.
Mia nonna era Mary Baker Eddy.
Cio la mia nonna acquisita.
Perch mia madre aveva sposato il figlio di Mrs. Eddy.
Il quale non era il mio vero padre per mi aveva adottata.
Mary Baker Eddy era madre del mio patrigno
e suocera di mia madre
che per non conosceva Mrs. Eddy.
Cio, non personalmente.
Io non ho mai conosciuto Mrs. Eddy
la fondatrice della
Christian Science.
 morta nel 1910.
Io sono nata il 1 giugno 1926.
Questo lo so.
Nascondendosi davanti agli sguardi dei ragazzi grandi. Quanti occhi! E sempre in agguato. La scuola media era attigua al liceo, e adesso andare a scuola non era pi come quando Norma Jeane era alle elementari.
Norma Jeane si nascondeva in mezzo alle altre ragazze. Era l'unico modo.
Col suo scamiciato attillato sul petto e sui fianchi. Con l'orlo che risaliva e
scopriva le gambe. Si vedeva la sottoveste? La sottoveste bisognava metterla per
forza, con quelle bretelline che continuavano ad attorcigliarsi. E bisognava lavarsi
le ascelle due volte al giorno. Certe volte non bastava neanche due volte
al giorno. A scuola c'era la moda di dire: Ucci ucci sento puzza di orfanucci!
stringendosi il naso e facendo una smorfia schifata, il che scatenava puntualmente un sacco di risate.
Ridevano persino i maschi dell'orfanotrofio. Perch sapevano che la battuta non riguardava loro.
Battute velenose sulle ragazze. Sul loro odore tutto speciale. La maledizione.
La maledizione del sangue. Ma lei non voleva pensarci, e non lo avrebbe fatto.
Nessuno poteva costringerla a pensarci.
Per giorni e giorni rinvi il momento di chiedere alla magazziniera uno scamiciato
di una taglia pi grande, temendo la solita battuta sarcastica. Mettiamo
su ciccia, eh? Scommetto che in famiglia siete tutte belle in carne.
Per gli assorbenti igienici invece bisognava chiedere all'infermiera. Era da
lei che andavano le pi grandi quando avevano le loro cose. Ma Norma
Jeane non ci sarebbe andata. N per gli assorbenti n per le aspirine. Quel genere di cose non facevano per lei.
Questo solo so: che ero cieco e ora vedo.
Parole del Vangelo secondo Giovanni, parole che Norma Jeane si ripeteva
spesso. Come gliele aveva lette la Dottoressa Mittelstadt nel suo ufficio, quando
le aveva parlato della facilit con cui Ges aveva guarito il cieco. Ges sput
in terra e con la saliva fece del fango, e di quel fango spalm gli occhi del cieco, e
gli occhi del cieco si aprirono. Facile. Purch tu abbia fede.
Dio  Mente. Soltanto la Mente pu guarire. Se hai fede, tutto ti sar dato.
Eppure - ma questo non l'avrebbe mai detto alla Dottoressa Mittelstadt, e
nemmeno alle sue amiche! - c'era un sogno a occhi aperti che Norma Jeane
faceva molto spesso, un sogno che nella sua mente si ripeteva come un film
senza fine, il sogno di strapparsi di dosso i vestiti per farsi vedere. In chiesa, a
mensa, a scuola, nel traffico assordante della El Centro Avenue. Guardatemi, guardatemi, guardatemi!
La sua Amica Magica non aveva paura. Solo Norma Jeane aveva paura.
L'Amica-nello-Specchio si spogliava nuda e faceva le piroette, faceva le mossette,
ancheggiava e scuoteva le poppe, sorrideva sorrideva sorrideva, inebriata
come se la sua nudit di fronte a Dio fosse quella sinuosa e insinuante del serpente.
Perch cos sarei stata meno sola. Anche se mi aveste schernito.
Non avreste potuto distogliere lo sguardo da ME.
Ehi, guarda l Sorcio. Guarda che carina.
Una di loro aveva trovato un portacipria con dentro un residuo di fragrante
cipria color pesca e un piumino logoro e sporco. Un'altra aveva trovato un
rossetto, rosa corallo. Oggetti preziosi che con un po' di fortuna era facile
trovare a scuola o da Woolworth. All'orfanotrofio i cosmetici erano proibiti
alle minori di sedici anni, che perci quando li trovavano correvano a nascondersi
in bagno per provarli. Ecco dunque Norma Jeane guardare il proprio
viso riflesso nel torbido specchietto del portacipria. Sentendo una fitta di
colpa, o non piuttosto di eccitazione?, acuta come il dolore in mezzo alle
gambe. Non che la sua fosse l'unica faccia carina, per a essere carina era la sua faccia.
Le amiche cominciarono a prenderla in giro. Norma Jeane arross, odiava
esser presa in giro. Cio, esser presa in giro le piaceva. Ma stavolta si trattava
di qualcosa di nuovo, qualcosa di inquietante, di cui si sentiva incerta. Con
grande meraviglia delle amiche, che non erano abituate a vedere Sorcio cos
arrabbiata, disse: Che schifo. Questa roba  finta. Mi fa schifo persino il sapore.
Restituendo il portacipria e sfregandosi via dalle labbra quel rosa corallo.
Anche se il sapore di cera dolciastra avrebbe resistito per ore, per tutta la notte.
Preg, preg, preg, preg. Affinch il dolore dietro gli occhi e il dolore tra le
gambe cessassero. Affinch il sangue (sempre che di sangue si trattasse) cessasse.
Rifiut di mettersi a letto, perch ancora non era ora di dormire, perch
mettersi a letto significava cedere. Perch le altre ragazze avrebbero capito. Perch
l'avrebbero sentita come una di loro. Perch lei non era una di loro. Perch
lei aveva la fede, e la fede era l'unica cosa che avesse. Perch doveva ancora fare
i compiti. Quanti compiti! E lei era una studentessa lenta e tarda. Quando
studiava sorrideva di paura anche quando era sola e non c'era nessuna insegnante da ingraziarsi.
Adesso era alle medie. Un sacco di matematica. I compiti erano una matassa
piena di nodi. Appena ne scioglievi uno ce nera subito un altro; e poi un altro
ancora. E ogni nuovo problema era pi difficile del precedente. Perdio.
Ecco come Gladys avrebbe tranciato un nodo che non volesse saperne di farsi
sciogliere: avrebbe preso le forbici e zac! zac! Come quando pettinava i capelli
ribelli della sua bambina: perdio certe volte  molto pi semplice prendere le forbici e zac!
Mancavano solo venti minuti alle nove, al buio in camerata! Dio, che ansia.
Finito il turno di pulizia in cucina, tra le pignatte sempre pi bisunte,
era andata a nascondersi nel bagno e, senza guardare, si era infilata nelle
mutande una manciata di carta igienica. Ma adesso la carta igienica era zuppa
di quella roba che Norma Jeane rifiutava di riconoscere come sangue.
Mai e poi mai ci avrebbe infilato un dito! Che schifo. Fleece, la sprezzante
ed esibizionista Fleece, Fleece la pestifera, che sulle scale di scuola si addossava
alla parete mentre i ragazzi si precipitavano dabbasso e si infilava un dito
sotto la gonna fin dentro le mutande. Per vedere se le erano venute le sue
cose. Fleece che alzava il dito lustro di sangue e lo mostrava alle altre ragazze,
scandalizzate e divertite. Norma Jeane chiuse gli occhi sentendosi mancare le forze.
Ma io non sono Fleece. Io non sono nessuna di voi.
Spesso in piena notte Norma Jeane sgattaiolava di nascosto in bagno. Mentre
nel dormitorio le altre ragazze dormivano. La eccitava essere sveglia a quell'ora.
Cos come anni prima anche Gladys si aggirava per casa in piena notte,
simile a un grosso gatto inquieto, non potendo o non volendo prender sonno.
Sigaretta in bocca, e forse anche bicchiere in mano, spesso finiva al telefono.
Era una scena da film percepita attraverso l'ovatta del suo sonno di bambina.
Ehi, ciao. Mi stavi pensando? Davvero? Be', potresti sempre fartela da solo. Volere 
potere, tesoro. Magari. Ma con la bambina saremmo in tre, non so se mi spiego. In
quei momenti di solitudine al riparo dalle altre, per Norma Jeane il tetro e
puzzolente bagno delle ragazze diventava eccitante come un cinema prima dell'abbassarsi
delle luci in sala, prima del frusciare del sipario che si apre, prima
dell'inizio del film. Sgusciava sinuosamente dalla camicia da notte come nei
film si sguscia da sottovesti e gonne attillate, al suono di una musica insinuante
e pulsante, e lentamente scopriva la sua Amica Magica, rintanata sotto quell'indumento
informe quasi fosse in perenne attesa di lasciarsi scoprire. La ragazza-che-era-Norma-Jeane
eppure non-Norma-Jeane bens una sconosciuta.
Una ragazza assai pi speciale di quanto Norma Jeane potesse mai sperare di diventare.
E la sorpresa era che in luogo delle braccine un tempo esili e dei seni un
tempo inesistenti come quelli di un maschio adesso c'era carne, Norma Jeane
stava riempiendosi, come le dicevano in tono ammirato, piccoli seni sodi
che andavano ingrandendosi sempre pi, seni tondi e dalla pelle cremosa cos
stranamente morbida. Norma Jeane si prendeva i seni nelle mani a coppa,
incantata e stupefatta: che stranezza, i capezzoli e la morbida pelle scura intorno
ai capezzoli; che strano quel loro modo di indurirsi, come pelle d'oca; e
strano anche il fatto che pure i ragazzi avessero i capezzoli; seno niente ma capezzoli
s (che non gli sarebbero mai serviti a niente, visto che solo le donne
allattano); e Norma Jeane sapeva (troppe volte era stata costretta a guardare!)
che i ragazzi hanno il pene - l'arnese, come lo chiamavano loro, il cazzo -
piccole salsicce flaccide in mezzo alle gambe, che li rendevano maschi, e importanti,
importanti come le ragazze non potevano essere; e non le era stato
forse dato modo di vedere (ma si trattava di un ricordo nebuloso, non poteva
fidarsene) gli arnesi turgidi umidi caldi degli amici di Gladys tanto tempo prima?
Vuoi toccarlo, tesoro? Non aver paura, non morde.
Norma Jeane? Ehi.
Era Debra Mae, che le scrollava le spalle. Le spalle di lei china sulla superficie
scheggiata dello scrittoio, di lei che ansimava con la bocca socchiusa. Forse
era svenuta, ma solo pochi secondi. Il dolore non lo sentiva, e il rovente trasudare
del sangue non le apparteneva. Debolmente respinse la mano di Debra
Mae, che tuttavia non si diede per vinta e sibil: Ehi, mai sei matta? Ti rendi
conto che stai sanguinando? Guarda qui la sedia. Che disastro.
Rossa di vergogna, Norma Jeane si fece forza e si alz in piedi. Il quaderno
di matematica cadde a terra. Vattene. Lasciami in pace.
Debra Mae disse: Norma Jeane, guarda che questo sangue  vero. I tuoi
crampi sono veri. Le tue mestruazioni sono vere.
Norma Jeane arranc fuori dallo studio, la vista annebbiata, a chiazze. Un
rivolo di liquido le corse lungo una gamba. Pregava e si mordeva le labbra ed
era decisa a non cedere. A non farsi toccare e a non farsi compatire. Ud delle
voci levarsi dietro di lei. Si nascose nel buio delle scale. Si nascose in un ripostiglio.
Si nascose dietro la porta del bagno. Si arrampic fuori dalla finestra
del bagno. Si inerpic a quattro zampe fino al nascondiglio sul tetto. Il cielo
buio bordato di nuvole, e pi in l un pallido quarto di luna, e la fresca aria
della notte, e a chiss quanti chilometri da l l'insegna lampeggiante della
RKO. La Mente  l'unica verit. Dio  Amore. L'Amore Divino ha sempre esaudito
e sempre esaudir ogni bisogno dell'uomo. Qualcuno la stava chiamando? Non
aveva sentito. Quello che sentiva era gioia e sicurezza. Era forte, e sarebbe diventata
ancor pi forte. Sapendo di avere in s il potere di resistere a qualsiasi
dolore e a qualsiasi paura. Sapendo di essere protetta, di avere il cuore colmo
di Amore Divino.
Gi il dolore che le pulsava in corpo si era fatto remoto - come se appartenesse
a un'altra e pi debole ragazza. Stava liberandosene grazie a uno sforzo di
volont! Liberandosi del dolore e arrampicandosi sul tetto e poi nel cielo, dove
le nuvole erano disposte come gradini, come una scala che saliva verso l'alto,
illuminata dalla luce del sole inghiottito dall'orizzonte. Un passo falso, un attimo
di dubbio, e avrebbe potuto cadere e schiantarsi a terra come una bambola
rotta, ma non sarebbe successo, era mio volere che ci non succedesse e non successe.
Sent che da quel momento in poi la sua vita sarebbe stata nelle sue mani,
che la strada l'avrebbe tracciata lei e solo lei, fino a quando avesse avuto il
cuore colmo di Amore Divino.
Entro Natale, le avevano promesso. Da che parte era la nuova casa di Norma Jeane?
...
.
...
FINE Parte 1.